Elio e le Storie Tese
Servi della gleba

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Voto:

Scrivo questa recensione per due motivi. Il primo è parlare di quello che è con molta probabilità il pezzo più iconico degli Elio e Le Storie Tese. Il secondo è lenire il mio senso di colpa per non averne parlato nella mia precedente recensione di “Italyan Rum Casusu Çikti”. (dal quale peraltro è tratto ma lo sapete già). Solo così potrò farmi perdonare da chi l’ha letta e dagli Elii tutti, che ho conosciuto di persona anni fa e che ad oggi non sapranno minimamente che io esista e che stia parlando di loro.

Ma veniamo a bomba. C’è poco da dire che non sia stato ancora detto della canzone paladina delle debolezze amorose del sesso forte (così lo chiamano). Un inno per gli “underdog” dell’amore, come direbbe la nostra bionda e romanissima Presidente (o meglio dire IL nostro Presidente?). Suonata e cantata divinamente, come solo i talentuosi Elii sanno fare da sempre e messa su tubo catodico in quel lontano 1992 tramite un video scattoso ed esilarante, è una sorta di mantra ma anche un’ammissione di colpa.

Quando è stata scritta “Servi della gleba”, ancora non eravamo stati contagiati dall’irrefrenabile smania anglofona di parlare come dei sedicenti farlocchi madrelingua. Altrimenti, forse, il titolo sarebbe stato meno geniale, forse avremmo avuto come opening song (ecchallà!) “Friendzonami” oppure “Cringiato e Contento”. Invece no, l’italianità tutta, propria di questo concept album figlio della compulsività di genere (musicale e sessuale) ha prevalso e con un riferimento storico agli sfigati del volgo, degno di un’arringa di Vittorione Sgarbi, abbiamo avuto il titolo che ci meritavamo trent’anni fa e ci meritiamo a maggior ragione oggi.

Quante volte siamo arrivati a schiavizzarci per una donna che ci piaceva da impazzire? Contro ogni nostro principio personale, anche solo appellandoci all’oggettività e alla razionalità più sobrie, a mero titolo di autoconvincimento? Contro la stanchezza, il buonsenso, la dignità e l’estetica (quando ci vestivamo bene per uscire con lei). Ci siamo fatti insultare dai nostri genitori (quando vivevamo con loro ma anche dopo) e dagli amici, questi ultimi evitati in ogni modo e con ogni scusa, neanche fossero i paletti dello slalom gigante. Ma noi no, non mollavamo la presa. Imperterriti e armati di ogni scusa, anche la meno convincente, dritti verso “il triangolino che ci esalta”, che alla fine era solo pura utopia ed effettiva geometria.

Ci siamo sparati chilometrate tipo dal Manzanarre al Reno, abbiamo dato fondo alla tela delle nostre tasche per farle un regalo che la colpisse. Ma senza dare l’impressione di volerla comprare, mi raccomando.

Le abbiamo scritto poesie, con la stessa maestria e precisione di chi traduce le frasi sui biscotti della fortuna. Abbiamo offerto cene, pranzi e bevute a lei, alle sue amiche e anche agli amici delle sue amiche. Abbiamo scarrozzato in ogni dove la madre casalinga auto sprovvista a titolo di “una tantum”, divenuto poi “una spessum”.

Le abbiamo masterizzato e dedicato pertinentissime compilation musicali in mp3, perché “così ci sta dentro più roba”, selezionando accuratamente canzoni diabetiche prettamente in ordine cronologico. Al fine di ricevere, a titolo di risposta alla nostra timida richiesta postuma di feedback, un bel: “Non ho ancora sentito il tuo cd, l’ho lasciato in macchina ma appena riesco lo recupero e gli do un ascolto”. Neanche la macchina fosse bloccata al deposito giudiziario dall’altra parte della città e non nel box adiacente la taverna dove lei si imboscava con le amiche (e forse gli amici).

Abbiamo vissuto per anni tediati da questa domanda: “Perché alle donne piacciono gli stronzi che le trattano male?” Senza mai ricevere risposta. Per poi arrivare a fare la cosa che abbiamo sempre ritenuto giusta e abbiamo sempre desiderato. Farla felice. Dopo averle detto che il sesso non ci interessava, che non eravamo quel tipo di ragazzo lì. Perché in cuor nostro sapevamo che ormai era fatta, stavamo andando a meta e fare i puri e casti avrebbe raddoppiato la libido e la votazione finale.

Poi l’imprevisto. Come uno stormo di gabbiani con la dissenteria, in planata sulla nostra auto fresca di autolavaggio, arriva lui: il suo ex. E ci sentiamo dire dalla dolce voce di lei:“Forse sto sbagliando e so già che me ne pentirò ma devo seguire il mio cuore. Poi tra noi non sarebbe mai potuta funzionare. Tu sei un ragazzo troppo speciale e io non ti merito.”

Nero. Titoli di coda.

Ma come in un film Marvel, sappiamo che non è finita qui.E come avrebbe fatto la nostra voce guida interiore, con la collaborazione del maestro cerimoniere Faso, diciamo: “Se tornare con lui ti rende felice è giusto così, perché io ti voglio bene veramente.Non preoccuparti per me. È tutto a posto. Sto bene.”

E rimaniamo bloccati fisicamente e psicologicamente. Anestetizzati. Perché alla fine ci rendiamo conto che non era colpa del suo ex. È sempre stata lei la stronza.

“L’occhio spento e il viso di cemento. Lei è il mio piccione e io il suo monumentooo!”

Peccato che prima del piccione fosse passato il gabbiano.

E allora ci disperiamo ma minimizziamo facendo finta di niente e adducendo dolori causati da una grossa bruschetta finita nel nostro occhio sinistro.

Pensiamo di risolvere dandoci alla marijuana e alle pasticche ma alla fine sappiamo di essere soltanto dei drogati di due di picche. Con la faccia “on the rocks” torniamo dagli amici facendo gli spavaldi, mentre il cuore e un altro muscolo poco più sotto sono in sovraccarico.

D’altronde noi abbiamo fatto tutto il possibile. A parte metterci una scopa nel culo per ramazzare la stanza.

Così è. Ma solo se vi pare.

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