“Freakbeat” è un termine, coniato postumo dal giornalista inglese Phil Smee nel 1980, che identifica un effimero (non) genere musicale britannico degli anni '60. Effimero perchè durò il tempo di uno sbadiglio, o di un feedback di chitarra, visto che nacque nel 1966 ma finì la benzina già ad inizio 1968, per mutare velocemente in hard rock e primo progressive.

I gruppi Freakbeat prendevano spunto, o facevano direttamente parte, dalla scena mod britannica, che proprio a metà dei '60 perdeva la propria forza propulsiva; ne mantenevano l'attitudine da strada, ma alzando decibel, insrenedo batteria martellante, chitarre inzuppate di fuzz, phaser e flanger e tutti i moderni effetti del tempo. In soldoni, fu la risposta britannica al garage psichedelico americano di 13th Floor Elevators, The Seeds, The Litter e molti altri. Ad ogni modo rimane un genere abbastanza unico, e personalmente molto affascinante, proprio per questo suo esistere effimero e in bilico fra passato e futuro, questo suo fondere animo pop, e rasoiate fuzz acidissime.

Se voleste avere una panoramica generale del freakbeat il consiglio ricade sul quintessenziale Volume II della compilation Nuggets, edita dalla Rhino nel 2000, dove si trovano un po' tutti i gruppi più importanti. Gruppi che rispondono al nome di The Attack, Move, Creation, John's Children, Open Mind e volendo anche i Tomorrow, per citare i maggiori esponenti. Ma a me piacciono soprattutto i meno noti; fra questi, un posto d'onore lo hanno sicuramente questi Elmer Gantry's Velvet Opera.

Fondati nel 1967 dal cantante David “Elmer” Gantry, licenziarono un solo omonimo disco proprio in quell'anno, più un paio di singoli nell'anno successivo, prima di sciogliersi e confluire in altre band (nello specifico gli Strawbs, attivi a fine '60 nella nascente scena progressive folk). Disco che è un quasi perfetto esempio di quanto scritto sopra: ci sono ballad soffici e psichedeliche, assalti all'arma bianca, voce soul blues, qualche accenno di psichedelia dura e pura.

Dopo un'intro che fa il verso alle presentazioni dei membri della band che di norma si fanno verso la fine dei concerti, partono due minuti infuocati che rispondono al nome di “Mother Writes”, raro esempio di garage in cui è il basso sincopato a prendere il proscenio, in faccia alla figura del guitar hero da poco nata nell'immaginario collettivo. Sul lato pop e scanzonato si segnala il singolo molto Kinks “Mary Jane”, e la scanzonata “I Was Cool”, su quello prettamente psichedelico una “Air” tutta tablas e sitar (in verità l'unico brano un po' troppo fuori contesto nel freakbeat, ma glielo si perdona tranquillamente). Ma il meglio i nostri lo danno quando gli riesce di mischiare per bene tutti questi elementi: folk e psych in “Reaction Of A Young Man”, pop song con le palle in “Long Nights Of Summer”, psichedelia paranoide e tiro garage in “Dream Starts” e “nel bel strumentale “Walter Sly Meets Bill Bailey”. E poi un pezzo Freakbeat per antonomasia, uno dei pochi brani per cui sono ricordati, ossia la funkeggiante “Flames”.

Un altro tassello fondamentale per ricollegare passato e futuro della musica UK

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