Credo di poter serenamente affermare che "DCLXVI To Ride, Shoot Straight And Speak The Truth" sia un album alquanto ostico da recensire e mi spiego meglio: gli Entombed provenivano da quasi dieci anni ( "To ride,...." è del '97) di successi incondizionati, sin dagli esordi come Nihilist hanno accresciuto la loro fama, prima grazie ad un vorticoso tape trading (scambio, vendita di demo) molto in voga al tempo, poi divenuti Entombed e sottoscritto un contratto con la label più prestigiosa dell'epoca in ambito di metal estremo (la Earache Rec., vedasi Napalm Death, Carcass,Morbid Angel, Unseen Terror, Godflesh etc..etc..), pubblicarono interi pezzi di storia come "Left hand path" e "Clandestine". Ma con il successivo ed acclamatissimo "Wolverine Blues" qualcosa cambiò: il death metal tout court dei nostri mutò, divenne una stranissima (unica ad onor del vero) miscela esplosiva nella quale reminescenze hardcore/punk si mescolano con chiari retaggi motorheadiani, per essere poi filtrati tramite la furia death ancora ben udibile (ad esempio l'opener "Eyemaster").
"To ride..." è un buon disco di transizione che non possiede più l'elemento sorpresa del predecessore, anzi... tutti li aspettarono al varco ed è anche per questo che intercorsero 4 anni tra i due full lenght in questione (piu una serie interlocutoria di Ep ed anche un bassista nuovo, visto che Lars Rosenberg lascio la band poco dopo "Wolverine... ", divergenze musicali dissero), perché ci vuole coraggio nelle scelte, ma ce ne vuole di più nell'essere coerente con quanto scelto.
Quindi, siamo di fronte ad una creatura che trasuda un blues marcio e malevolo, sabbathiano sì, ma che sa anche prendere ispirazioni da cose più suddiste e seventies per poi trasportarle con accelerazioni dal sapore fortemente DISCHARGE di "Hear Nothing See Nothing Say Nothing" . La cosa straordinaria è che il suono, la rabbia e quanto fa Entombed non è assolutamente cambiato, rendendo il disco e la band immediatamente associabili. Del death metal degli esordi non è rimasto nulla, se non le radici da cui attingere ed in particolar modo i Celtic Frost di "Morbid tales/Emperor's return", come nell'opener e title track o ad esempio nelle ritmiche di "Light out" o "Just as sad" ed il cantato rauco, ringhioso ma più modulato e maggiormente attinente alle liriche (sempre godibilissime, vere chicche demoniache...) rispetto al passato, del buon L.G. Petrov.
L'album si presenta anche inaspettatamente prolisso in termini di tempo, possedendo la bellezza di 14 pezzi, di cui anche la strumentale per piano "DCLXVI", e il feeling che si ha è quello di un viaggio all'interno di una colonna sonora di horror b-movies degli anni '60, cosa che insospettabilmente accomuna i nostri con alcune cose di Rob Zombie/White Zombie e Danzig. Da segnalare la triade di apertura del disco, cioè le gia citate title track, "Light out" e "Like this with the devil", la potente e ben congeniata "Somewhat Peculiar", i singoli "Damn deal done" e "Wrackage" (l'unico pezzo dove la velocità ritorna a farsi sentire un po') per la sudicia rudezza.
In definitiva un album che stravolge ulteriormente la già deforme creatura Entombed, ma che non mancherà di fare proseliti, con una miriade di gruppi dediti al ritorno verso lidi hardcore/rock'n'roll, ed avrà un'influenza così lunga da manifestarsi tuttora nelle ultime uscite addirittura in campo black metal (vedasi ultimi Satyricon, Darkthrone, e altre band minori).
Da provare.