Il detto "squadra che vince non si cambia" racchiude in sé una certa saggezza, ma sarebbe opportuno non applicarlo troppo alla lettera. Più rovinose dei sondaggi berlusconiani, le vendite degli ultimi dischi hanno spinto Enya a tirare dritto come un Caterpillar, riproponendo ancora una volta praticamente immutata quella che chiamerei la "formula Watermark", dal nome del disco in cui è stata applicata la prima volta, nel lontano 1988. Sulla validità di questa formula ho speso a suo tempo parole di entusiasmo assoluto, un encomio esteso anche alla sua capacità di resistere nel tempo, generando altri validissimi "cloni" (su tutti "Shepherd Moons", perfetto praticamente come il primo) con un'unica e ottima variante ("The Celts").

Ma per quanto ci siano politici che considerano "un dovere preciso vivere fino a 120 anni per poter governare altri 50" (brrr...!), neanche la corda più pregiata può essere tirata all'infinito. Com'era facilmente prevedibile, le magagne apparse in "A Day Without Rain", confermate con più evidenza in "Amarantine", si sono ripresentate dilatate a macchia d'olio nell'appena uscito "And Winter Came". Ormai nemmeno l'indubbia tecnica sopraffina e lo smaliziato mestiere della (ex ?) musa irlandese possono camuffare una mancanza di idee sempre più pericolosa.

Ricordiamo così per inciso che Enya ha per l'appunto la stessa età di Barack Obama, e quindi per definizione è "giovane, bella e... ?" Bè, non certo abbronzata: piuttosto tende al bianco cereo. In ogni caso è in una fase dell'esistenza in cui non si dovrebbe aver già messo da parte ogni curiosità, anche se a sua parziale discolpa va riconosciuto che il peculiare genere musicale da lei proposto non si presta a spericolate svolte stilistiche né a sperimentazioni ardite.

Probabilmente sarò smentito dalla solita vagonata (per quel che permette il mercato attuale) di dischi venduti, ma ritengo controproducente questo suo rigido arroccarsi sul solito modello. Da una parte ci sarà la possibilità di conquistare un pubblico superficiale e sensibile alle mode, dalla fedeltà assai dubbia, che probabilmente non conosce nemmeno i suoi primi dischi, e che quindi non può fare un confronto. Dall'altra però c'è il rischio, se non quasi la certezza, di allontanare per noia e stanchezza i vecchi estimatori, tra cui senza indugi mi includo.

Descrivere il disco diventa quasi routine, conoscendo i precedenti. Quelli che, a differenza di me, sanno il greco direbbero che nell'opera enyana ricorrono alcuni ben precisi "tòpoi", che i comuni mortali identificano più o meno con "luoghi comuni".

C'è per esmpio il classico brano pianistico d'atmosfera, rarefatto e delicatamente sostenuto da un coro di ispirazione sacra: è il filone "Watermark" > "Shepherd Moons" > ecc. In genere è il brano che apre il disco e dà anche il titolo all'album, ed entrambe le cose (guarda caso) accadono anche qui. Niente da eccepire: bello e rilassante, ma già sentito, e ormai anche parecchie volte.

Il nocciolo del disco è composto da un buon numero di soavi cantilene, con immancabile coro a bocca più o meno chiusa, e soprattutto con l'ormai arcinoto marchio di fabbrica, il pizzicato d'archi, più o meno sommesso. Che poi si tratti di archi veri o di qualche altra tecno-diavoleria non è ben chiaro, ma certo il fatto che quest'artista non abbia mai fatto concerti dal vivo è segno che nella sua pozione musicale c'è anche una buona dose di elettronica. Il genere è quello di "The Long Ships" o "Angels", per citare le capostipiti, emulate però solo nel "sound". Le melodie, fondamentali vista la quasi totale assenza di ritmo, sono quasi sempre piuttosto scontate, oppure si tratta di palesi auto-citazioni. "Journey Of The Angels" e "The Spirit Of Christmas Past", le più raffinate, non spiccano comunque più di tanto sul resto.

Ci sono poi i momenti magici, o almeno che vorrebbero essere tali: i brani in cui la voce di Enya (che è sempre celestiale, va detto) sembra echeggiare nel vuoto, lasciando a bocca aperta l'ascoltatore. Ma dagli incantesimi tipo "On your shore" o "Exile" a questi attuali surrogati di strada ne è stata fatta parecchia, e purtroppo tutta in discesa. Salverei "Stars And Midnight Blue", ma più per l'impeccabile interpretazione che per la sostanza.

Alla tremenda filastrocca infantile che sembra non finire mai siamo ormai abbonati fin dall'infausta "Anywhere is" (nei primi due album era assente, e non a caso sono i migliori). Qui Enya non bada a spese e ce ne appioppa ben due: "White Is The Winter Night" e "A Toy Soldier"

Ciò che manca del tutto è l'Enya ritmica e petergabrieliana che avevamo apprezzato in "Storms in Africa" o in "Book of Days". Una salutare smossa invece avrebbe giovato assai ad un disco che per lunghi tratti scorre soporifero. L'unico tentativo in tal senso è "My ! My ! Time flies !" allegra canzoncina sincopata di vaga matrice beatlesiana, con l'inaspettata apparizione di una chitarra elettrica, strumento quasi misconosciuto tra le mura del castello in cui vive la nostra eterea artista.

Ma il tocco finale che trasforma un disco né carne né pesce in una ruffiana operazione commerciale natalizia è la corale denominata "Oiche Chiuin". Uno legge questa roba in gaelico e si aspetta chissà quale misterioso canto natalizio preso dalla tradizione irlandese. Poi arriva a sentirlo e si accorge che di celtico ci sono solo le parole: altro non è che "Stille Nacht" alias "Silent night" o più prosaicamente "Bianco Natal"... insomma quel che diavolo volete, ma c'era proprio bisogno di infilare anche questa strenna nel disco ? Non ci penserà già la televisione per un paio di mesi a rintronarci con questo ed altri arcinoti canti natalizi ?

Boh... mentre ci penso recupero "Watermark" e mi rinfresco la memoria su chi è stata Enya, sperando che alla prossima uscita magari venda un po' meno, ma ritrovi sé stessa.

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