LA RECENSIONE

Ricordo il 1998, la sfida al cinema era tra questo e “A Bug’s Life”, film d’animazione in computer grafica (una novità assoluta) che parlavano di insetti. Io avevo appena nove anni e alla fine non vidi nessuno dei due. Negli anni successivi, tuttavia, mi è rimasta un po’ di curiosità per questo titolo, perché sembrava affrontare temi interessanti.

In effetti sembra più che altro un trattatello di sociologia e politica, uno studio di psicologia delle masse spiegata in modo semplice. Credo che lo farò vedere a scuola, perché in questo senso è perfetto. Ci sono le folle di operai, gli eserciti, i ruoli prestabiliti dal potere, il conformismo e la ribellione. Z è un Woody Allen a sei zampe, il classico anticonformista depresso che non comprende le regole che la società gli impone. Sembra proprio di rivedere Woody dietro a quel volto emaciato da formichina.

Fin dagli inizi la pellicola si fa notare come un piccolo gioiello di pensiero “outside the box”. Operai che scavano, soldati che marciano in guerra contro le termiti: ma che senso ha? Perché tutti ballano allo stesso modo? E cosa ci trovano in quelle bevande, o in quelle donnine?

Tutto cambia quando scoppia la scintilla dell’amore. Z farà l’impossibile per la sua principessa, perfino la guerra. E anche qui troviamo una serie di affondi sulla logica folle delle gerarchie militari, come l’idea di puntare sul numero, oppure, acme satirico, la gioia del successo per “1 a 0” quando a combattere erano migliaia di insetti, da una parte e dall’altra.

Abbiamo l’eroe di guerra, salvatosi fortunosamente, che viene cooptato dal potere politico-militare come utile idiota per i biechi fini del Generale Mandibola. Ma questo è un film che parla soprattutto di ribellione, così Z, un po’ per caso e per sentito dire, diventa un eroe della rivoluzione, e le masse iniziano a seguirlo. Salvo poi accontentarsi alla prima concessione da parte del potere.

Abbiamo persino un sogno utopico. “Insettopia”, una sorta di terra promessa, un sogno hippy di vita sganciata dai doveri, da cui ben presto ci si risveglierà. Alla fine dell’avventura, che si apprezza per linearità ed efficacia dei giochi metaforici, si arriva addirittura a un conflitto totale tra il modello dittatoriale basato sul darwinismo sociale e quello solidale, una specie di socialismo delle formiche che solo insieme possono salvarsi dalla catastrofe.

Molto utile per i ragazzi, come dicevo. Da adulto, trovo comunque diversi pregi e qualche difetto. L’effetto di straniamento è potentissimo: Z e i suoi amici siamo noi, quelle formiche sono il genere umano. Ma la forza del racconto non sta tanto nei parallelismi tra insetti e uomini, tra un cestino dei rifiuti e la terra promessa. Sta invece nelle constatazioni inevitabili che siamo portati a fare di conseguenza: se la colonia è un regime oppressivo, il sogno utopico è un breve guizzo laterale, dal respiro corto. Ben presto anche lì sorgerà la necessità di organizzarsi, in qualche modo.

Una visione cupa e desolata dell’esistenza quale lotta fratricida, gioco demagogico nel quale le barriere più grandi e insormontabili sono le idee inculcate nelle teste degli individui da parte del potere. E tutto si svolge in un fazzoletto di terra, tra una fontanella e un cestino dei rifiuti, in un parco. Siamo noi, come nella Ginestra leopardiana. Anche le fughe utopistiche non possono andare più in là di un Eden fatto di torsoli di mela e lattine di Pepsi. La nostra dimensione ci costringe, ci limita, e allora dobbiamo guardare alle cose da un’altra prospettiva, e cioè quella proposta nel finale, dove la coesione e l’unità di intenti, senza secondi fini, riescono a prevalere. Alla fine Z rivaluta il suo mondo, non perché sia migliore, ma perché questa volta lo ha scelto.

Una favola quasi socialista che può risultare un po’ schematica, certo. Penso ad esempio ad alcune opere di Miyazaki, dove i rimandi politici e sociologici hanno qualche sfumatura in più. Ma quelli di “Z” rimangono degli spunti apprezzabili, soprattutto perché arrivano forti, colpiscono con parole e immagini, pur senza godere di una veste grafica particolarmente accattivante, anche per il tempo. Scenari cupi, tante facce marroni, tutte uguali, occhi grandi e sguardi fissi, mostri spaventosi (le termiti fanno paura) e una galleria di creature deformi, grottesche. Non c’è nulla che inviti a una visione leggera.

Insomma, cinema di un certo valore, anche nella messa in scena. Nel lontano 1998 si era ancora convinti - a ragione - che bastasse una Cgi rudimentale per creare sequenze terrificanti, memorabili, e soprattutto accendere una scintilla di riflessione sulle nostre esistenze.

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Riassunto del Bot

La recensione di 'Z la formica' evidenzia la profondità sociopolitica nascosta dietro l'apparente semplicità del film d'animazione. Il protagonista, Z, è analizzato come simbolo dell'anticonformismo e della ribellione contro i ruoli imposti dal potere. Il film viene lodato per la sua capacità di stimolare riflessione tramite metafore visive e narrative, nonostante limiti stilistici. Raccomandato a giovani e adulti come strumento per discutere temi sociali e politici.

Eric Darnell e Tim Johnson

Coppia di registi d'animazione statunitensi, co-registi di Z la formica (1998).
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