Febbraio 1999.
Era trascorso un anno dalla dipartita di Falco. Cadde incessantemente una fitta pioggia, in quei mesi. Ci fu chi, semplicemente e dolorosamente, si inzuppò di lacrime. Per altri invece, le precipitazioni furono di ben altra natura.
Una scrosciante cascata di denaro andò infatti ad inondare le casse dell’industria discografica, che vide premiata la tempestività con cui cavalcò la fulminea e scomposta FalcoMania generatasi a partire dal 1998, con i negozi prontamente invasi da delle ripubblicazioni-lampo degli storici album, un best-of vendutissimo dal titolo "The Final Curtain" ed dalla riproposizione di un paio di vecchie raccolte già uscite a metà del decennio.
La EMI invece trasse beneficio unicamente dal successo della discutibile Instant-release “Out of the Dark (Into the Light”) ma si attivò - in collaborazione con l'altro colosso BMG e con la piccola GIG Records di Markus Spiegel, primissima label a mettere Falco sotto contratto - per approntare un secondo album postumo, utilizzando quasi tutto il materiale stipato da tempo negli archivi delle labels ma mai preso in considerazione quando l'austriaco era in vita.
L'ottima idea iniziale fu quella di affidare la direzione artistica del progetto a Thomas Rabitsch, il leader della band che accompagnava Falco nei tour ed amico della popstar viennese: una sorta di “garanzia” a tutela del risicato patrimonio artistico lasciato da Hans.
E fu lodevole anche la cura e l’attenzione che Rabitsch dedicò al progetto, premuroso ed amorevole nel donare una nuova veste sonora - invero sempre piuttosto rispettosa dell’idea originale - a brani mai pubblicati, od usciti come parte integrante di opere di altri artisti.
Tra gli inediti, uno fu scelto per dare il nome all’album, ed anche come primo singolo ad anticipare la pubblicazione del CD. “Verdammt wir Leben Noch” però ricevette tutte queste attenzioni solo per il discutibile titolo, tristemente adatto al contesto. Il brano infatti non offre particolari spunti qualitativi, a differenza ad esempio della splendida ballad “Europa”, anche questa snobbata dalla EMI a metà ’90 ma che è senza dubbio uno dei vertici del disco.
Il terzo dei pezzi incisi durante le medesime sessions è “Die Konigin von Eschnapur”, pure timidamente proposto come singolo nelle radio. Un brano dal testo intrigante ma forse troppo “alto” per la normale audience del Pop, che in quell’anno era beatamente alle prese con la Vida Loca del Latin-fusto Ricky Martin, o con le petulanti reiterazioni teen della prima Britney Spears.
Un altro forziere scassinato fu quello che conteneva delle canzoni che nel 1987 vennero scartate dalle sessioni di registrazione di “Wiener Blut”. La collaborazione di Falco con il duo Mende/DeRouge come già detto in altra occasione sfociò in una misera manciata di pezzi, un paio dei quali – rimasti fuori dall’album - vennero quindi “presi in custodia” da Rabitsch per essere proposti in “Verdammt…”, solo lievemente ritoccati rispetto ai rough mix dell'epoca.
La scherzosa e saltellante “Que pasa Hombre” e l'intensa “Poison” sarebbero state poi pubblicate nella loro forma originaria solo parecchi anni dopo, in un terzo disco postumo.
Il CD include poi ben due reworks - a cura dei fratelli Bolland - di "Genie und Partisan", un pezzo di che nel 1992 sfuggì alla tracklist dell'album "Nachtflug" (probabilmente per via di coordinate sonore troppo distanti rispetto al resto delle canzoni di quell'opera) per essere incluso in un progetto targato Bolland Project, "Darwin the Evolution". Riproposto pressoché identico con il sottotitolo "Fascinating Man", venne invece ammantato di estatica eleganza e rinominato "We live for the Night", acquisendo nuova linfa.
Ma se si parla di eleganza, il primo gradino del podio viene occupato con regale nonchalance da "Ecce Machina", una scia in cielo, meravigliante stupore che stordisce ogni volta di più. Incisa nel 1995 e regalata all'amico batterista Thomas Lang per un suo progetto solista, questo pianto da rimpianto illumina una via che poi non fu mai esplorata.
È un brano che permette di immaginare vividamente quale poteva e doveva essere il futuro artistico di Falco, una volta evaporata l'insana e destabilizzante vertigine degli anni '80. Un divenire che era lì, a portata di mano, rappresentato con chiarezza da una canzone perfetta, perfetta in senso assoluto ma prima ancora perfetta per lui, e per la sua voce in lenta mutazione.
“Ecce Machina” è stato un inebriante frutto di stagione mai colto, il potenziale Start di una nuova fase che non decollò mai, quella di una consapevole maturità, da intendersi anche come matura consapevolezza del fatto che - al di là di estemporanei divertissment come il progetto Techno T-MA, concepito tra l’altro nello stesso periodo – era proprio partendo da questi flussi discorsivi e queste squisitezze sonore che andava ricercata e trovata la più consona e credibile nuova via artistica da percorrere, in quegli ultimi anni del secolo uscente.
Rimane da citare la presenza in scaletta di un ennesimo, prevedibilmente superfluo remix di “Der Kommissar”, una serenamente trascurabile versione alternativa della Title track e quello che fu di fatto l’ultimo brano inciso in studio da Hans - emblematico il titolo: “Krise” - un'altra temeraria escursione di Falco in territori di certa Techno di matrice mitteleuropea, con il problema di essere abbondantemente fuori tempo massimo. Quasi una figlia - alquanto ribelle - della “Mutter….” che anni prima invece finì con l'agganciare efficacemente il trend del momento.
Sorvolando cristianamente su un ritornello con voce femminile che sembra buttato giù a casaccio trenta secondi prima di chiudere la sessione di registrazione, a mio giudizio - seppur condizionato da un’ inscalfibile e forse oramai inopportuna indole “Rave” che da sempre mi trovo sottopelle - rimane comunque un esercizio godibilissimo ed assai divertente, con un testo perfettamente adeguato alla stantuffante frenesia del beat.
“Verdammt wir Leben Noch” uscì prevedibilmente con grandi aspettative commerciali. Si rivelò invece a sorpresa un discreto flop, vendendo circa un quinto rispetto al precedente Out of The Dark, e sancendo in maniera lampante il fatto che una larga parte del pubblico avvicinatosi a Falco dopo la morte lo fece dunque in fin dei conti solo in maniera estemporanea, mostrandosi poi sostanzialmente disinteressato a compiere quel passo in più fuori dall’Hype funerario, rinunciando così all’opportunità di approfondire una proposta artistica lunga quasi due decenni.
Non più ristampata e solo recentemente resa disponibile sulle principali piattaforme di streaming, è comunque un'opera che andrebbe riscoperta e valorizzata, essendo qualitativamente ad anni luce di distanza dal suo discutibile, seppur vendutissimo predecessore.
"Verdammt Wir Leben Noch è così bello, così pieno di talento, di vita e di stile da risultare a tutti gli effetti il degno epilogo musicale della meravigliosa carriera di Falco."
"Questo disco è la dimostrazione di come Falco avesse ancora moltissimo da dire ed una non comune capacità di saper sperimentare ed innovare il proprio stile mantenendosi comunque fedele a se stesso."