Non c'è due senza tre. Come buona e oramai canonizzata tradizione rock, se il tuo primo disco è omonimo, il secondo lo chiami “II”, col terzo non puoi esimerti dall'intitolarlo banalmente “III”.

E, diciamolo, sta cosa ha rotto anche un po' le palle. Vizi di forma a parte, è abbastanza gradito il ritorno dei tre cileni Follakzoid su Sacred Bones Records, dopo l'eccellente lavoro precedente, improntato su una riproduzione degli stilemi kraut rock (soprattutto la ritmica motorik) visti attraverso una lente acida tutta sudamericana.

“III” è la naturale continuazione di tale approccio musicale, se possibile estremizzato nei minutaggi e nel bisogno di tempo. Quattro tracce, per 45 minuti di viaggio interstellare, ma controllato. Niente jam pazzerellone, niente sfarfallii di synth o cose simili, ma solo tanta teutonica reiterazione. Strano a dirsi, ma i tre cileni sembrano più che altro dei Kraftwerk venuti dalla cintura di Orione. Brani caratterizzati da una ferrea rigidità, ritmicamente chirurgici, le cui variazioni risultano sempre minime. Un'austerity ritmica che farebbe la gioia della Merkel. Che però è anche un po' il limite del disco, come si può facilmente intuire.

“Electric” all'inizio cerca di scompigliare le carte, approcciando la materia kraut con piglio dance tipo LCD Soundsystem, utilizzando un inusitato tempo in levare, e cassa dritta per farci viaggiare sereni sull'autobahn mentale fino a Saturno. Peccato che a metà dei 10 minuti della traccia, ci si trova a sperare in una buca sulla strada per un brivido inatteso, e invece no. Le autostrade tedesche, cerebrali o meno, sono liscie, perfette, e senza limiti di velocità, si sa. Discorso simile per la successiva traccia, “Earth”, che svolazza un po' di più, prova anche a variare qualcosa, ma rimane incollata ad un basso gommoso e groovy che ne è il radiofaro traente (sì come quello degli incrociatori stellari di Star Wars). Non dissimili, se non identiche verrebbe da dire, le altre due tracce, “Piure” e “Feuerzeug”, dove la seconda si fa preferire per qualche svisata di chitarra che prova ad innervare di brio il brano.

In ultima analisi, disco per fan dell'ebetismo da divano, quegli invidiabili momenti in cui si viene fagocitati dal morbido abbraccio del divano e di Morfeo, e la musica non fa altro che diventare compagno di un viaggio tutto mentale che ogni tanto tutti dovrebbero fare. Per altre situazioni maneggiare con cura.

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