Con uno scatto di copertina che l’ondivaga sensibilità sociale attuale non accetterebbe, i Foreigner alla terza prova in studio datata 1979 confermano che gli involucri dei loro dischi non sono per ora un punto di forza. La musica però è valida, in crescendo anche se le frizioni interne fanno sì che questo sia l’ultimo album “democratico”, ovvero l’atto finale in formazione a sestetto con due anime compositive e dietro il banco di regia, a produrre. Una di troppo.
La storia è chiara: il chitarrista e compositore Mick Jones si trova sempre di più a lavorare bene col suo cantante Lou Gramm, proponendogli penetranti giri di chitarra di saldo hard rock sopra i quali ruggire convinto, o in alternativa sinuosi e ruffiani tappeti tastieristici su cui fargli sfoderare toni drammatici e teatrali, tipicamente a descrivere il solito amore finito malissimo.
Allo stesso tempo, oramai quasi corpo estraneo alla band, si dà sempre meno da fare l’altro compositore Ian McDonald col suo stile blandamente progressivo, il sax, il mellotron, la voce pacata e gentile, tutti elementi che mal si amalgamano con il filone tosto, acceso e insieme struggente degli altri due. Quest’opera segna perciò il canto del cigno in ambito Foreigner di quello che fu uno dei primattori, dieci anni prima, del noto capolavoro “In the Court of the Crimson King”: Ian verrà allontanato dal gruppo che si compatterà in quartetto espellendo pure il tastierista.
Cosicché il multi strumentista del Middlesex marca un solo contributo compositivo fra le dieci canzoni di quest’album. Però è l’episodio più bello del disco! Un addio degno, insomma. “Do What You Like” non è fra i pezzi che si ricordano dei Foreigner, anche perché ha un aspetto diverso da tutti gli altri, essendo un episodio guidato dalla chitarra acustica nelle mani del poliedrico McDonald, che per fortuna rinuncia a interpretarlo lasciando operare dietro al microfono il suo cantante, consentendo poi alla sezione ritmica di pestare adeguatamente. Ne viene fuori una ballata vigorosa e decisa, mirabilmente interpretata dall’italo americano Gramm (all’anagrafe Grammatico, nonni tutti e quattro del sud Italia): un gioiellino.
A tutti quelli che snobbano Foreigner avendo in testa solo il loro pomposo mega-hit del 1984 che non sto neanche a nominare consiglio l’ascolto dei rockaccioni tosti e forti di quest’album. Tipo l’apripista “Dirty White Boy”, un rock’n’roll ossessivo e serrato. Subito dopo il meno interessante shuffle “Love on the Telephone” eccoti la notevole “Women” dal riff estremamente originale a intervallare un altro rock’n’roll compatto e potente. Mai capito perché canzoni di questa schiatta eseguite, chessò, da Bruce Springsteen mandano in brodo di giuggiole miliardi di persone mentre nel caso Foreigner solo… migliaia (in Italia).
Dopo la riempitiva “I’ll Get Even with You” e la vagamente Zeppeliniana (nelle strofe) “Seventeen”, con il successivo brano eponimo dell’album viene estrinsecato il lato magniloquente della band, certamente il più furbetto. Ma è un episodio, perché la successiva “Modern Day” è una canzoncina asciutta e perfetta nella sua accattivanza, retta com’è da un riff quieto ma ossessivo, ben congegnato.
Il capolavoro “Do What You Like”, di cui si è già detto, è preceduto dal drammatico “Blinded by Science”, pomposo ma salvato dalla grande voce di Gramm, e seguito dal riempitivo “Rev on the Red Line”, commercialotto ma decente.
Fine. Quattro stelle.