Nel 1983 i Genesis sviluppano un nuovo modo di lavorare ai loro album. Già da due anni dispongono del loro studio di registrazione personale a The Farm, nel Surrey, e visto che questo fornisce loro la più grande libertà compositiva, per il successore del tanto chiacchierato 'Abacab' scelgono di iniziare senza nulla di già preparato, senza prendere in considerazione alcun brano individuale, elaborando appositamente per il nuovo lavoro nuove musiche e nuovi testi; in pratica si incontrano, improvvisano insieme e registrano. Può trattarsi di un modo interessante di lavorare, in grado di dare buoni frutti in quanto i tre musicisti conoscono bene la loro arte, e tra loro si è instaurata da tempo una particolare alchimia. Ma non è così, principalmente perché le derive alla musica diretta e troppo facile sono ormai troppo marcate, ma anche perché per il nuovo disco i Genesis si pongono l'obbiettivo di essere molto rapidi, trovare nuove idee che funzionino bene e svilupparle nel minor tempo possibile. Forse una delle loro scelte più criticabili in assoluto.
Il suono (Hug Padgham) si mantiene su livelli ottimi e non troppo infestato dalle tendenze elettroniche di quegli anni, anche se strumentazione è arricchita da uno degli strumenti simbolo degli anni Ottanta, la batteria elettronica Simmons, il cui suono inconfondibile e plasticoso è diventato un'icona, per lo più negativa, del periodo e che qui è ancora in grado comunque di dare risultati almeno non dannosi. Ci terrei a ricordare anche che tale strumento era usato senza risparmio e con grande entusiasmo dal gigantesco Bill Bruford, impegnato col Re Cremisi proprio in quegli anni.
A dire la verità, si parte molto bene, con un brano a dir poco memorabile. "Mama" è il risultato del lavoro di improvvisazione senza troppi rimaneggiamenti portato avanti dai Genesis, e bisogna dire che fa una figura egregia. La canzone si regge su di uno straordinario pattern di drum machine, distorto fino a un suono industriale, partorito dalla creatività di Mike Rutherford. Su questa frase ossessiva si inseriscono le inquietanti tastiere di Tony e la chitarra con note lunghe. L'atmosfera è già tutta particolare, e quando entra la voce di Collins, non si può rimanere indifferenti; la canzone è un costante e angoscioso crescendo, sottolineato con classe da Tony e Mike con Phil che fornisce una prova sbalorditiva alla voce: bellissima la sua risata satanica. Un'emozionante chitarra distorta prepara alla poderosa esplosione, quando il suono potente della batteria dispiega l'atmosfera compressa e rende il brano ancora più pregante ed espressivo. Tony ricama con la semplicità e l'efficacia dei grandi, mentre Mike si ritaglia un bellissimo assolo sullo sfumare della canzone. Il testo di Phil non parla, come ho sentito dire spesso, di un aborto ma del rapporto morboso e torbido di un adolescente per una matura prostituta. Un pezzo dalla struttura semplicissima, ma che rimane forse il massimo risultato dei Genesis anni Ottanta, e a mio avviso una delle loro canzoni migliori; non c'è nulla dei vecchi capolavori, però Mama rimane senza dubbio un classico e apre con vigorosa forza un album deludente.
E' triste, perché l'inizio fa ben sperare, ma basta la seconda canzone a risvegliarci bruscamente. "That's All" si apre con un riff di piano idiota, un tom fastidioso e ripetitivo, una linea melodica tristissima: sembra una canzone dei Gazosa. Phil non si esprime bene neanche alla voce, e farcisce il testo coi suoi dannati coretti, mentre Mike rimane in sottofondo; c'è un assolo di Tony, ma anche qui il livello è pietosamente basso. Deludente davvero, dopo un inizio così folgorante.
L'ultimo guizzo dell'album arriva subito con la doppia composizione "Home By The Sea\Second Home By The Sea", praticamente un piccola suite da undici minuti composta da una prima parte che si apre con schitarrate hard per poi caratterizzarsi in un ottimo pezzo dalle precise scansioni ritmiche, sottolineate da grancassa e chitarra, e rifiniture di tastiere. Phil si riscatta dallo scempio precedente proponendoci ancora una volta una grande interpretazione e ci racconta una lugubre storia di fantasmi, mentre Tony si esibisce in riff molto belli nel ritornello. La seconda parte, quasi completamente strumentale, è aperta da note di chitarra taglienti e lontane coadiuvate da tastiere fuggevoli, per poi essere dominata dai pad elettronici della Simmons che si producono in colpi secchi e creano un'intensa ritmica sulla quale il synth di Tony la fa da padrone con eccellenti e variegati assoli, mentre Mike, con la consueta discrezione e abilità, si dedica ai ritocchi, tranne quando sale in cattedra con un riuscito intervervento tipico del suo stile preparando il terreno alla conclusione: il ritmo rallenta, la batteria elettronica si espande con brevi rullate, e Tony riprende la ritmica della prima parte mentre Phil ripete la frase del ritornello con voce echeggiante. Un lungo brano che funziona molto bene anche dal vivo e che chiude la prima facciata. Da qui comincia il degenero.
Il lato B inizia con l'odiosa "Illegal Alien": i Genesis sembrano impazziti e ci propongono una canzone senza un minimo di criterio e significato, un perché o un per come. Non so cosa condannare prima, se la batteria insulsa, la voce sciocca di Phil, che dovrebbe imitare l'accento messicano, o le indecenti tastiere di Tony. E' tutto irritante e di qualità dannatamente scadente, forse voleva essere un brano ironico e simpatico, ma in questo fallisce in pieno.
"Taking It All To Hard" è una canzone abbastanza insignificante, dall'andamento melenso e leggiadro, mi sembra tipica dello stile del Rutherford solista: ritmica ben in evidenza, un filo di tastiere, voce delicata con momenti più concitati. Phil fa coretti, Tony è al piano, ma niente è memorabile. Segue "Just A Job To Do", un altro brano inutile, puramente riempitivo. La ritmica è parecchio incasinata, Tony sembra cercare di imitare il suoni dei fiati con un pessimo effetto brass, Collins canta con voce concitata. Forse qualcosa di non indecente lo da il ritornello, che è per lo meno più lineare; c'è anche un inciso con voce, piano e handclap a circa metà canzone, che spezza un po' ma niente di più, e comunque il brano si mantiene su livelli infimi.
La canzone successiva è "Silver Rainbow", e devo dire che almeno il suo inizio mi aveva fatto pensare a un lieve e tardivo miglioramento. La drum machine crea suoni curiosi, la voce filtrata si esprime bene, ma poi con l'ingresso del piano ribattuto e della Simmons le cose rientrano in binari più terreni e scontati, anche se secondo me il brano non è tutto da buttar via. Bravino Phil alla voce, apprezzabile con misura il ritornello pieno di archi, buono il testo pieno di ossimori che narra di una terra fantastica. Non basta a un qualche recupero della qualità però, che ritorna a livelli penosi con la conclusione, affidata a "It's Gonna Get Better", dedicata ai senzatetto. Si finisce proprio in bruttezza. Fastidioso giro di basso, tappeto sintetico di tastiere, chitarre banali, voce mediocre che da il peggio di sé nei falsetti: un'ennesima prova, come se ce ne fosse stato bisogno, che i Genesis si sono dimostrati paurosamente privi di fantasia.
Il disco finisce e a noi resta il mal di pancia. Di pessimo ci sono molte cose, a partire dalla copertina giallo malaria e la veste grafica che tradisce una trascuratezza inaspettata; pure il titolo, 'Genesis', da proprio l'impressione che nessuno si sia preoccupato di trovare qualcosa di meglio. E' un album palesemente composto e registrato in fretta, peraltro senza nemmeno un'outtake, in cui molte cose sono state appunto trascurate. Ed è un vero peccato perché in fondo è chiaro che la prima facciata di idee ne contiene e ha molto da dire. "Mama" e la mini suite della casa la mare sono ormai classici della band e raggiungono risultati notevoli. Il guaio che tutto si ferma qui; i Genesis avrebbero dovuto meditare meglio sul loro operato e approfittare delle interessanti opportunità che il loro nuovo modo di lavorare aveva offerto loro. Invece di impegnarsi, lavorare sullo sviluppo del loro sound, magari provare a sperimentare qualcosa di nuovo, hanno lavorato in fretta a un LP commerciale e facilissimo per raccoglierne i frutti e dedicarsi con calma ai dischi solisti. Disco controverso e nato sotto una cattiva stella, 'Genesis' è tuttavia un grande successo commerciale, e spiana la strada al successivo e ancor più deprecabile 'Invisibile Touch'.
Ho fatto fatica a valutare quest'album, alla fine ho deciso per tre stelle perché credo che il peggio sia arrivato dopo ma soprattutto perché ritengo "Mama" e "Home By The Sea" due vette, purtroppo solitarie e sconsolatamente isolate, dei Genesis di questo periodo; in modo particolare apprezzo la magnifica opening track. Scelta discutibile forse, ma mi è sembrato giusto così.
Collins e soci realizzano questo disco con poche idee, ma quelle poche bastano per farlo diventare un vero campione di vendite a scapito di molti fans.
Il lato B è totalmente inutile. Difficilmente può piacere a un fan dei Genesis.
"Mama è la dimostrazione che i Genesis possono creare musica altamente emozionante anche senza composizioni complesse o tecnicismi."
"La seconda facciata è dimenticabile, con brani in alcuni casi orecchiabili, in altri insipidi o desolanti... sembrano b-sides!"