Secondo capitolo della trilogia “A Dark Poem” per i norvegesi Green Carnation. Il primo capitolo era promosso con riserva, riconoscevo buone e interessanti idee ma lamentavo il mancato sviluppo a dovere dei brani e dei temi. In sostanza avevo rimandato il mio giudizio a dopo, volevo vedere cosa sarebbe successo nei successivi capitoli. Onestamente devo dire che questo secondo capitolo non porta al salto di qualità, anzi risulta perfino un gradino sotto il precedente, appare ancora più sempliciotto e spoglio, anche se non ci si può comunque lamentare del suo sound potente ed efficace. Però c’è anche da dire che, dopo le aspettative soddisfatte solo in parte del primo capitolo, questo lavoro l’ho ascoltato con meno pregiudizi, volando basso, sapendo che non dovevo aspettarmi troppo, e questo mi ha permesso di goderne senza troppe seghe mentali.
Le caratteristiche rimangono più o meno le stesse, permangono le solite chitarre rocciose con retrogusto hard rock, le linee di basso spigolose e i soliti organi robusti a sostegno. Ma anche qui si tende a non andare molto oltre. I brani sono un po’ meno lunghi, e questo può essere considerato un pregio; quando si viaggia sulla breve durata si riesce ad essere meno pretenziosi e ad accettare una maggior semplicità, il senso di incompiuto si fa sentire un po’ meno. Resta però il fatto che si tratta di un capitolo di una trilogia, pertanto necessiterebbe di maggior teatralità ed epicità.
Il brano che meglio ripete il livello compositivo del primo capitolo è “Fire in Ice”, con i suoi colpi di tastiere che rievocano vagamente alcuni synth anni ‘80 ma riscritti secondo il sound dei Green Carnation, ma offre anche buone aperture melodiche. I due brani più riusciti risultano essere però i due episodi lenti, perché sono quelli dove la band sviluppa meglio la propria vocazione creativa e melodica e non si comporta semplicemente da rocciosa metal band; “Loneliness Untold, Loneliness Unfold” e la conclusiva “Lunar Tale”, due brani molto diversi ma con la stessa forte profondità melodica; estremamente cupa la prima, più dal torpore e grigiore autunnale la seconda; corde metalliche e oscure sollecitate con delicatezza nella prima, soffici carezze acustiche, tocchi di piano, archi ottusi e flauti, tutto con un mood folk nordico, nella seconda. Buona anche “I Am Time”, che ripropone arpeggi cupi e sottili passaggi synth nelle strofe, mentre “Sweet to the Point of Bitter” è nettamente a servizio del lato più roccioso e aggressivo e adempie bene alla sua funzione senza suscitare grossissimi rimpianti. Quella che forse meritava uno sviluppo migliore è la lunga e introduttiva “Sanguis”, quella dove il robusto suono d’organo viene utilizzato meglio ma rimane la sensazione di brano troppo poco dinamico e allungato artificiosamente.
La sensazione finale resta quella del “senza infamia né lode”, quella di un album potente e suonato in maniera decente e convinta ma sempre con quello spettro aleggiante del “si poteva fare di più”. Ripongo però aspettative ben più alte sull’ultimo capitolo in uscita a settembre (quando si spera che il caldo asfissiante ci avrà lasciato); la sensazione che abbiano tenuto il meglio per dopo è tangibile. Vedendo la tracklist le tracce saranno solo 4 (immagino stavolta ben lunghe e sviluppate) contro le 6 dei primi due, fra queste si legge di una suite orchestrale, che equivale a una dichiarazione pesante, a una promessa di regalare un capolavoro totale. Io stavolta ci credo davvero, anche se non mi illudo.