Annunciare una trilogia equivale ad alimentare aspettative altissime, perché solo facendo qualcosa di mastodontico ed epico rendi la saga veramente grandiosa, memorabile, degna di essere tale.

I Green Carnation a dire il vero quel qualcosa di grandioso lo avevano già fatto nel 2020, tornando sulle scene dopo 14 anni e rimettendo in moto una discografia che sarebbe stato un peccato chiudere definitivamente dopo 5 album, avendo tra l’altro raccolto molto meno di quanto effettivamente meritato. Ora di anni ne passano meno, “solo” 5 (tempi comunque biblici per i miei gusti), ma comunque un tempo giustificato considerando ciò che bolliva in pentola: la band stava lavorando ad una trilogia, non uno solo ma tre album da spalmare fra il 2025 e il 2026.

A settembre 2025 è uscito il primo capitolo. E devo confessarlo: mi aspettavo di più. Le caratteristiche sono poche e semplici, tutte già più o meno note ma a volte un po’ levigate: chitarre granitiche al punto giusto, tranquillamente di foggia metal ma con una rocciosità che rivela un certo retrogusto hard rock, un basso spigoloso, incisivo e metallico, un organo non troppo denso, aperture atmosferiche e orchestrali, ritmi cauti e moderatamente sofferti. Fondamentalmente un prog/gothic metal tipico delle produzioni più canoniche della band, quelle che avevano caratterizzato lavori come “Light of Day, Day of Darkness” o “A Blessing in Disguise”.

Il problema è che tutto è molto basico, non decolla, non spicca il volo come dovrebbe. La scelta di puntare su brani medio-lunghi (generalmente superiori a 7 minuti, uno supera i 9) non è forse delle più felici. Da un brano che supera i 7 minuti ci si aspetta una certa varietà, un’evoluzione, un pizzico di teatralità; tutto invece procede in maniera fin troppo lineare, con il solito riff roccioso portante di chitarra e la consueta apertura melodica, a pervadere i brani è un certo senso di staticità e anche di superficialità, le composizioni non si dilatano mai per bene come ci si aspetterebbe. Paradossalmente l’album precedente “Leaves of Yesteryear”, che sulla carta era meno ambizioso, pareva più ricco e approfondiva bene la parte più atmosferica. Se l’obiettivo era limitarsi a fare il disco roccioso tanto voleva abbassare il minutaggio e fare qualcosa di più “catchy” come “The Quiet Offspring”.

Questo comunque non significa che l’album non abbia spunti interessanti e brani più o meno riusciti. "In Your Paradise" è quello che concentra più idee buone, "Me, My Enemy" è quello meglio sviluppato sotto il profilo atmosferico (ed è anche dotato di una buona varietà sonora), mentre una piacevole sorpresa è "The Slave That You Are", piuttosto atipica per i Green Carnation, con il suo simil-black metal estremo fatto di chitarre violente, doppia cassa pestante e urla. Buono l’uso del flauto nelle già citate "In Your Paradise" e "Me, My Enemy", un uso minimalista e intelligente, che non vuole scimmiottare né Ian Anderson né Andrew Latimer ma nemmeno Peter Gabriel, poche note acute e azzeccate. Colpiscono anche i loop elettronici che compaiono nella stessa "In Your Paradise" e in "Too Close to the Flame", più brillanti nella prima e invece più camuffati e nascosti fra i riff di chitarra nella seconda.

L’album ha ottenuto qua e là giudizi piuttosto entusiastici e votazioni alte, una serie di elogi che la band ha spudoratamente messo in bacheca sui propri canali social. Non so cosa abbia colpito in maniera così forte gli estimatori. Si saranno forse accontentati della possente solidità sonora? Io preferisco volare più in basso, lì dove gli altri hanno assegnato un 9 o 9 e mezzo io mi tengo su un onesto 7, non più. Hanno fatto un disco di maniera, sicuramente solido, fedele al proprio marchio di fabbrica ma che meritava una marcia superiore, cosa che mi auguro innestino nei prossimi due capitoli.

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