Halestorm
Back From the Dead

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Agosto 2017. Sto guidando la Nissan Sonica scura a nolo appena fuori New York, destinazione Boston. La mia ragazza sonnecchia un po’ sul sedile passeggero, dato che lei non deve guidare e la levataccia è stata particolarmente dura. Decido di abbinare della musica alla visione della highway che sta inghiottendo il muso dell’auto e accendo la radio sulle frequenze satellitari di Sirius XM. “All Along the Watchtower” di Hendrix va in dissolvenza e cede il testimone al deejay di turno, che ha l’ingrato compito di rovinare l’atmosfera, presentando il brano successivo. E lo fa così: “La voce di Lzzy Hale è stata paragonata a quella di Janice Joplin, gli Halestorm concluderanno il lavoro iniziato dal caffè bollente che stringete nella mano!”

Alzo il volume, anche se c’è il rischio di disturbare la mia dolce metà. L’abitacolo esplode. Quel tizio aveva ragione, penso gasandomi. Il resto è storia. Non vi racconterò del mio viaggio pazzesco, sarei fuori tema. Quello che posso dire, è che durante quella parte di road trip sono entrato in fissa con la musica degli Halestorm.

La band è composta dai tempestosi fratelli Hale (Hale-storm), Elizabeth Mae "Lzzy" Hale, frontwoman e chitarrista, suo fratello Arejay Hale alla batteria, Joe Hottinger alla chitarra e Josh Smith al basso.

Il loro self-titled album d’esordio risale all’aprile 2009, da allora e con i successivi quattro lavori, i tempestosi non hanno fatto altro che togliersi enormi soddisfazioni. A partire dal Grammy Award vinto nel febbraio 2013 con il singolo “Love Bites (So Do I)” come Best Hard Rock Performance, fino al raggiungimento della quinta posizione nella Billboard 200 con il terzo album, “Into the Wild Life”.

Gli Halestorm sono inoltre famosi per i loro interminabili tour, che contano una media di duecentocinquanta show ogni anno in giro per il mondo. Io ero presente ad una di queste date e posso dire che dal vivo non tradiscono le aspettative.

“Back From the Dead” è il quinto album in studio del quartetto di Red Lion, Pennsylvania, ed è ancora più potente dei suoi predecessori (che di volta in volta hanno sempre alzato l’asticella).

Ora, non scomoderò i mostri sacri del rock dicendo che l’unica differenza tra Lzzy Hale e Janice Joplin riguarda il fatto che la prima abbia mantenuto la pelle integra e non faccia parte del “Club dei 27” come la seconda. Mi sono soltanto limitato a riportare questa considerazione, che comunque non è per niente campata in aria. Lzzy ha una voce incredibile, che colpisce già dal primo ascolto. Graffiante, potente e prepotente, riesce ad accarezzare nel melodico e schiaffeggiare negli episodi più aggressivi.

Le prime due tracce del disco, “Back From the Dead” e “Wicked Ways” ce lo dimostrano immediatamente. Entrambe si aprono in preda alla vocalità straripante di Lzzy, accompagnata del rapido rullante del fratello Arejay.

Più pacate ma non senza la stessa potenza “Strange Girl” e “Brightside. Tamburelliamo e picchettiamo in continuazione con “The Steeple”, pezzo dal ritornello piacevole e sfacciatamente radio-friendly, anche tramite il breve e continuativo riff di Hottinger, che ci entra in testa come una sigla tivù.

“Terrible Things” è l’immancabile ballad, alla quale è affidato il compito di dimostrare che non ci sono solo ruggiti rock ma anche parole dolci e chitarre come arpeggi. L’atmosfera ricorda più una ninna nanna che una power ballad ma il testo ci fa capire che comunque si rallenta ma non si banalizza:

“We are nothing without failure
But we have chosen ill behavior
With every scar have we learned
Not to heal, but to hurt
We've become something else
Even I cannot tell just why”

Si torna a tirare fuori le unghie con “My Redemption”. Arriva il pentimento per i comportamenti scorretti che hanno ferito ma ci hanno fatto guarire, come in un ossimoro di vita. “Bombshell” è trascinata da un ritmo cantilenante, con riff che sembrano dirci di essere ispirati alle sei corde di Tom Morello.

“I Come First” e “Psyco Crazy” attingono dalle sonorità classiche della band che pervadono i precedenti lavori. Ciò non le rende particolarmente memorabili ma comunque piacevolmente rock, anche perché impreziosite dalla solita vocalità prorompente.

“Raise Your Horns” è l’emozionante closing song, che merita un discorso a parte. Il titolo si riferisce al nome dell’associazione benefica (#raiseyourhorns ) gestita da Lzzy Hale e da lei fondata dopo la morte della frontwoman degli Huntress, jill Janus, a causa di problemi legati alla depressione. Il testo infonde coraggio e il gesto delle corna al cielo dà la forza di rialzarsi grazie alla musica, perdonando le paure che ci hanno convinto a spegnere la luce. Bisogna per forza cantare, perché nessuno ascolta i morti e le loro parole:

“Sing every verse, every sermon

For the dead are unheard

Shout form the rooftops while

You still live every word

Cause the pendulum swings

For those who dare wait”

Gli Halestorm non saranno una totale innovazione del loro genere ma fanno ottima musica e migliorano ad ogni nuova uscita. Riescono a far convivere potenza e armonia, con una vocalità femminile unica nella sua versatilità. Ci sono timbri incredibili come quelli di Amy Lee, Cristina Scabbia, Floor Jansen e appunto Lzzy Hale, che ad oggi è parte di questo gruppo di frontwomen tanto belle quanto carismatiche e talentuose.

Resta da decidere, se si vorrà scoprire la musica degli Halestorm, da quale parte cominciare.

A sto giro, vi consiglio di cominciare dal fondo.

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