Principiar conviene da quell’indiavolato, arcigno, incattivito aggeggio di Live/Evil di Miles Davis. Anno del Signore millenovecentosettantuno. Lì Hermeto, allora trentacinquenne o giù di lì, suona in quei pezzi che, a dire il vero, non sono affatto registrati dal vivo, ma in studio, e suona alla sua maniera, cioè divinamente, ma come ovattato, rappacificato, privo di quell’accidia così frenetica del Miles elettrico. Non solo suona, ma compone un paio di pezzi, i più pacati del lotto e tra i più belli. Ma qualche sghiribizzo, qualche colpo di mano tipico suo, serpeggia qua e là. Giusto a suggerire che, insomma, di steccati nel suo endocosmo musicale non ce ne son proprio.
Lo stregone albino, l’incircoscrivibile suonatore-di-qualunque-cosa Hermeto Pascoal nacque nel ’36 in mezzo al tanfo di tabacchifici, ad Arapiraca, Brasile, e di recente ci ha detto addio, ciao Hermeto. Ora te ne starai lì, solenne, col tuo cappello di paglia e i tuoi occhialoni scuri, piazzato sulla tua sedia comoda rinforzata, ad insegnare agli angeli come s’impastano i rumori per far ninnoli sonori. Tra un flauto sospeso e una fisarmonica scantonata, con un piglio avant-garde che però sa di gazzosa e cieli tersi. E se poi di strumenti adatti non ce n’è, si possono anche inventare, che ci vuole.
Ma qui siamo ancora negli anni settanta, âge d'or del nostro. São Paulo, studi Vice Versa. Hermeto, dannato bruxo di quella candida cacofonia detta jazz, di dischi clamorosi a suo nome ne ha già pubblicati un paio ed altri ne inanellerà, fino al Cérebro Magnético del 1980. Chiamarlo jazz e basta, poi, è quasi fargli un torto.
Tira su con lo sputo un gruppo e, sornione, ci squaderna il suo immaginario fatto di tribalità aleatorie. Parte piano però, quasi spiritual, quasi come In a Silent Way ma albeggiante e non crepuscolare, flauteggiando e rimasticando aria fresca e palmenti. Le voci e i fiati s’addensano, si fanno dissonanti in Mavumvavumpefoco. Pare quasi di sentire Flora Purim gorgheggiare rutilante su Ornette Coleman. Dopo un viaggetto tra nembi flautati e le assolate melancolie amazzoniche, eccoci a casa. Eccola là, la Casinha Pequenina. Un ritorno a casa che sembra una spedizione cosmica, che sa di ratafià.
E pensare che questa mezz’ora di tesoro opalescente, di selvaggio placido titillare per orecchie stanche, se n’è restato cinquant’anni sepolto chissà dove, a patire la polvere. Invecchiato anche d’un secondo solo non mi pare, nemmeno un po’.