Copertina di Iron Butterfly In A Gadda Da Vida
paolofreddie

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Per appassionati di musica rock e psichedelica, cultori degli anni '60, studenti di storia della musica, collezionisti di vinili classici
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LA RECENSIONE

Gli Iron Butterfly, rock band formatasi nel 1965 dall'unione tra il cantante e tastierista Doug Ingle, il chitarrista Danny Weis, il bassista e secondo chitarrista Jerry Penrod, il batterista Ron Bushy e il percussionista Darryk DeLoach, rilasciano all'inizio del 1968 il loro album d'esordio Heavy. Fin da questo primo lavoro la band si afferma come un gruppo di rock psichedelico. Essi fanno massiccio uso di stupefacenti e il lavoro ne influisce fortemente.

Nel luglio dello stesso anno il gruppo pubblica l'album più famoso della sua storia, In a gadda da vida, il cui titolo è una storpiatura di "In the garden of Eden" (Nel giardino dell'Eden - il cantante della band aveva pronunciato tale frase durante un concerto, sotto l'effetto degli allucinogeni). L'album è puramente psichedelico, il clima è altamente spaziale, il suono è acido e gli strumenti suonano distorti in diversi punti. Il chitarrista Danny Weis e il bassista Jerry Penrod avevano già lasciato la band ed erano stati sostituiti rispettivamente da Erik Brann e Lee Dorman.

L'album prende il via con un pezzo dall'alta carica psichedelica, Most anything you want. Seguono la sua scia i restanti pezzi del lato A. Flowers and beads, canzone d'amore, dall'atmosfera acida, è seguita da My mirage e Termination. Quest'ultima è stata scritta da i nuovi componenti della band, il chitarrista e il bassista(Brann/Dorman). Il lato A si chiude con Are you happy?

Il lato B consiste in un solo brano, un pezzo dall'elevata carica psichedelica, una suite, così possiamo definirla, cha ha affermato la band in tutto il mondo. La title track, che dura diciassette minuti, secondo molti sarebbe stata la prima canzone ad aver superato i dieci minuti, anche se, l'anno precedente, i Pink Floyd avevano registrato un brano strumentale space rock, dal nome Interstellar overdrive, tratto dall'album The piper at the gates of dawn, che durava 9 minuti nella versione dell'album, mentre nella versione originale durava sedici minuti. La suite In a gadda da vida si apre con un riff di chitarra psichedelico molto orecchiabile a cui segue la voce del cantante che canta la frase del titolo. Segue una lunga parte strumentale dominata dalla batteria, dall'organo hammond e da suoni dalla forte carica psichedelica. Nel finale riprende la voce insieme al riff iniziale di chitarra.

Un album che rappresenta la psichedelia. In a gadda da vida non è un album di rock psichedelico, In a gadda da vida è il rock psichedelico. Figura tra gli album più venduti della storia.

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Riassunto del Bot

L'album 'In A Gadda Da Vida' degli Iron Butterfly, pubblicato nel 1968, è un classico del rock psichedelico che ha definito il genere. La lunga suite title track di 17 minuti è un pezzo innovativo e iconico. Con un sound acido e distorto, l'album rappresenta una pietra miliare della musica psichedelica, influenzata dall'uso di sostanze allucinogene. Pur con qualche cambiamento nella formazione, il gruppo mantiene una forte identità sonora.

Tracce testi video

01   In-A-Gadda-Da-Vida (17:03)

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02   Easy Rider (Let the Wind Pay the Way) (03:07)

03   Iron Butterfly Theme (04:35)

05   Flowers and Beads (03:07)

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10   Unconscious Power (02:31)

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11   Real Fight (02:42)

12   In-A-Gadda-Da-Vida (Short version) (02:52)

Iron Butterfly

Rock band statunitense formatasi a San Diego nel 1966. La formazione classica comprende Doug Ingle (voce, organo), Ron Bushy (batteria), Lee Dorman (basso) ed Erik Brann (chitarra). Raggiunsero il successo mondiale con In-A-Gadda-Da-Vida (1968), caratterizzato da organo Hammond e una title track di 17 minuti. Pubblicarono anche Heavy (1968), Ball (1969), Metamorphosis (1970) e il live del 1970.
05 Recensioni

Altre recensioni

Di  silian87

 La title track “In-A-Gadda-Da-Vida” è il vero capolavoro, con uno dei primi assoli di batteria di lunga durata mai eseguiti.

 Questo lavoro è davvero da considerarsi alla base di molto di quello che è venuto dopo.