Avete ali maestose di Albatros aggrovigliate nelle maglie sabbiose del vostro Ippocampo ?

Milano era più piovosa del solito ma la strada era gremita di volti in osmosi, tutta quella flanelle grise ricopriva la città.

Poi all’improvviso scesi dalla Metro, ero così accartocciato che a volte basta veramente poco per sentirsi liberi e poi...vidi Lei.

La Piazza sul Duomo era tutta una festa, urlava tutto intorno tra tornei cavallereschi e di pallacorda sotto i portici.

Poi lei attraversò la strada, esile ed alta come una regina in lutto.

Sollevando quel vestito lungo per non farlo bagnare, di pietre grezze e passamaneria adorno, lieve e di scultorea grazia, nel blu dei suoi occhi quel cielo che annunciava uragani, dolcezza che incanta, piacere che strazia. Dopo quell’ultimo lampo subito era calato in un attimo il sipario della notte, nel buio del silenzio i nostri sguardi per un attimo eterno si incrociarono. E quindi Bellezza fuggente, dimmi che non ti vedrò più dunque prima dell’eterna riva...

L’appuntamento con quell’identità lontana ma parallela è nel meriggio, ubicato tra quelle coordinate polari e tremanti di Hypnophobia, secondo album del mago musicale ed alchimista Jacco Gardner. Appuntamento al buio e dating millenario seguendo la scia di quei timidi passi tra i sassi nell’acqua senza cadere e di magico equilibrio in quel vortice Paisley. Exit strategy slegata da tempo e luogo, come un’isola atemporale a est o ad ovest di quelle maglie sabbiose nell’Ippocampo. Innamorarsi di un piano Wurlitzer e delle sue movenze sensuali, osservare furtivamente quella sua seducente alterità dagli angoli di uno specchio, in lungo ed in largo. Intrufolarsi nell’appartamento di fianco, per poterlo ammirare di notte in silenzioso segreto dalla vetrata. Restare intrappolati nella trappola di note di cristallo di Before The Dawn, sentirsi piano di un disegno cosmico ed irregolare, come molecola senza età che attraversa corpi e religioni...un fluttuare sidereo tra le le dune di Mizar, Hawkind revisited 2.0 and this is a dream, this is reality…

Scaricare a terra desideri e carnalità, diventare essenza e fumo di scintille delle note sfavillanti del clavicembalo furioso di Hypnophobia, unico erede contemporaneo di Curt Boettcher tra sepolcri soft pop, accordi infiniti in do minore, lenti come l’oscillare di un satellite, lenti come il volteggiare in ralenti nella notte di due alabarde infuocate, adombrati dalla reverie in trance morrisiana, un viaggio lucido in autostrade senza meta ed all’autogrill all’improvviso quel sogno immacolato di The Doors al capolinea. Benvenuti tra questi rovi, tra queste dolci spine, tra questi enigmi sonori senza età.

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