In questa recensione parlerò dell'ultimo disco dei Jethro Tull: RökFlöte. È inutile che ce lo nascondiamo: questi non sono più i Jethro Tull. Innanzitutto, perchè Ian Anderson non ha più la voce che ha cantato molti successi della band, da Stand Up in poi, e poi perchè l'album che sto recensendo non ha la classica atmosfera che si respira in tutta la lunga discografia di questa band straordinaria. Infatti, in tutto il disco, aleggia un velo di tristezza che, per quanto mi riguarda, è il capostipite di un nuovo genere musicale, ovvero il depressive progressive folk.

Questa è l'impressione che si ha al primissimo ascolto. Quando lo si ascolta per la seconda volta, le cose cambiano. Per carità, non si ha a che fare con un capolavoro, ma con un disco che prende le sue belle tre stellette di merito. L'unica, enorme tristezza, è che Ian Anderson non ha più la voce che l'ha accompagnato dal 1968 fino al 1985.

Si tratta di un concept album, esattamente come lo era The Zealot Gene, ovvero l'album che ha preceduto RökFlöte, e non è più centrato su tematiche squisitamente bibliche o/e teologiche, come lo era il disco precedente; qui, infatti, ci troviamo di fronte a canzoni più o meno sullo stesso livello, il cui argomento è la mitologia norrena e nordica. Devo comunque dire che, in questo disco, nessuna canzone spicca sulle altre.

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