La chiara presa di posizione di Joe Walsh circa le irresponsabili nefandezze che i padroni del mondo, che siano quelli coi soldi oppure quelli con le armi, stanno combinando al nostro unico e insostituibile pianeta stavolta esonda fino al titolo di questo suo decimo lavoro (1992). Era stata in effetti già argomento di diverse canzoni negli album precedenti. Anche il disegno di copertina è grottescamente esplicativo a riguardo.
Il chitarrista si rifugia in qualche modo nella sua musica e nelle parole, dato che la sua vita e la sobrietà sono ancora ben incasinate. Il toccante brano che fornisce anche il titolo all’album viene messo in chiusura e rilascia questo messaggio:
_Is anyone out there?
Does anybody listen or care anymore?
We are living on a dying planet
We're killing everything that's alive
And anyone who tries to deny it
Wears a tie and gets paid to lie
_So I wrote these songs for a dying planet
I'm sorry but I'm telling the truth
And for everybody trying to save it
These songs are for you, too
Is anyone out there?
E qui eravamo a trentacinque anni fa… Oggi va meglio perché se ne parla molto di più, ma va peggio perché si agisce troppo lentamente e quelli che fanno più danni (USA, Cina…) se ne fregano ancora e più che mai, negano l’evidenza, si crogiolano nella loro avidità e nel loro materialismo.
Ma prima che arrivi questo brano ecologico finale, Joe racconta altre storie… Come il senso di vuoto nello svegliarsi al mattino accanto ad una persona sconosciuta, oppure quanto lo tormentino i falsi amici che gli si fanno intorno per chiedergli di Don Henley e di Glenn Frey, e ancora l’ameno fatto che egli sia ormai stato un po’ dappertutto nel mondo, ma chissà perché ancora non a “Fairbanks Alaska” (senza la virgola, nel titolo).
Le uscite burlesche però stavolta si limitano a questa. Per il resto i testi sono sinceri come sempre ma anche rugginosi, polemici. Più che spiritosa, suona solo grottesca “Vote for Me” con cui si candida alla… vicepresidenza degli Stati Uniti! Di voti ne racimolerà zero ed anche questo disco vende poco: non fa presa sul mondo musicale un Walsh così riflessivo e rimuginante. Cosicché al nostro passa la voglia di insistere con la carriera solista ed in effetti l’album successivo a questo (e sinora pure l’ultimo, per lui) uscirà solo una ventina di anni dopo.
Come già accennato Joe in quegli anni sta rischiando la salute e magari la pelle, ma verrà salvato proprio dai due tizi nominati in “Coyote Love” la traccia 3 di quest’album che, come detto sopra, denuncia il lato snervante ed ipocrita del successo e della notorietà. Henley e Frey infatti un giorno del 1993 si incontreranno con lui comunicandogli che gli Eagles stanno per ricominciare a volare, che il posto di chitarrista principale è ancora e sempre suo ma ad una sola, imprescindibile condizione: lo vogliono sobrio, e “pulito”.
Per Joe partirà così un periodo di dura rieducazione in una struttura specializzata, quelle che ti fanno pure dar lo straccio ai pavimenti al mattino nei corridoi e rassettare giornalmente la tua cameretta allo scopo di ricondurti ad una realtà… reale, di riesumare la cura di te stesso. Andrà tutto bene ed il nuovamente sobrio Walsh si farà ancora centinaia e centinaia di concerti con le Aquile, nonché un disco doppio di nuove canzoni al quale contribuirà con la sua abituale dose di personali composizioni e diffuso, ispirato chitarrismo.
Gli andrà bene anche sentimentalmente: diventerà buon amico di Ringo Starr persona positiva umile e costruttiva, potendo così conoscere ed innamorarsi della cognata di lui Marjorie Bach. Ben presto se la sposerà (quinto e definitivo matrimonio) e dopo quasi vent’anni stanno ancora insieme. Amen.