Questo biondo (ora canuto) chitarrista, piuttosto famoso ma mai abbastanza per i suoi meriti, nasce nel 1948 come Joseph Fidler a Wichita, nel Kansas, in mezzo al nulla pneumatico degli Stati Uniti. Rimane orfano di padre a soli due anni e viene adottato dal nuovo marito di sua madre, che di cognome fa appunto Walsh.

Cresce ed impara a far musica prima a New York e poi in Ohio, dove lo portano i trasferimenti di lavoro del signor Walsh. Appena ventenne ottiene i primi tangibili successi, tra il ’68 e il ’71, come chitarrista e tastierista della James Gang gruppo anch’esso mai abbastanza riconosciuto per i suoi meriti, specie dalle nostre parti.

Scappa via dalla Ghenga di Giacomo dopo quattro dischi, preferendo far combutta con un tizio conosciuto negli anni dell’università e pure lui con ben altre idee su cosa fare nella vita, piuttosto che il prof d’inglese. E’ italo-americano e anch’esso ha per nomignolo Joe, però fa Vitale di cognome: il loro sodalizio durerà per sempre. Come prima tappa i due giovani soci ed amici finiscono in Colorado, mettendo su un quartetto nuovo di zecca chiamato Barnstorm che nel 1972 giunge al suo omonimo disco d’esordio.

La casa discografica però insiste perché Walsh faccia musica a suo nome ed ecco qua allora la prima opera a lui intestata, datata 1973. Stupendo il titolo! Un modo un pò contorto per dire “Più bevi e fumi, meglio suoni”… Molto indicativo della personale, spiccata tendenza a strafarsi: Walsh è in effetti uno dei tanti musicisti miracolosamente riusciti a giungere alla vecchiaia malgrado una lunga stagione di eccessi e di abusi in materia di polverine e bottiglie.

La carriera di Joe solista inizia subito col botto perché l’episodio che inaugura quest’album è sicuramente fra i suoi più celebrati e noti: s’intitola “Rocky Mountain Way” e son cinque abbondanti e perfetti minuti di boogie rock, con variazioni. Il talento di Walsh vi è dispiegato in maniera multiforme: ci stanno il riffone rock’n’roll semplice ed arrapante, la chitarra slide sorniona e musicale, la particolarissima ed acuta voce carica di ironia, soprattutto il lungo interludio con il seminale assolo di chitarra filtrata da un dispositivo chiamato talk box.

Quest’aggeggio, inventato negli anni sessanta, fa la sua comparsa in ambito rock di alto livello proprio in questa canzone, ma storicamente la sua autentica notorietà avverrà poco tempo dopo, quando Peter Frampton farà sua l’intuizione di Walsh e immortalerà il suono della scatola parlante nella sua splendida ”Do You Feel Like We Do”, a chiusura del fortunatissimo album “Frampton Comes Alive”. Poco male per Walsh che, alla resa dei conti, avrà una carriera ben più ricca e duratura del pur ottimo Frampton.

Per i curiosi che si chiedessero come cacchio funzioni questo talk box: un comando a pedale devia il segnale in uscita dalla chitarra mandandolo, invece che nell’amplificatoronee, verso un amplificatori e annesso altoparlantino, chiusi dentro una scatoletta piazzata ai piedi del chitarrista. Da questa parte un tubo di gomma che risalendo l’asta del microfono termina al lato di esso. A questo punto basta infilare la bocca all’estremità del tubo e suonare qualcosa sulla chitarra. La “camera” di risonanza costituita da scatola, tubo e cavità orale può essere così variata semplicemente muovendo la bocca, addirittura parlando o cantando col tubo in bocca. Il microfono lì accanto riprende tutto e il risultato lo si ascolta appunto in “Rocky Mountain Way”, così come nei dischi di Frampton o volendo nel lavoro di David Gilmour in “Pigs”, sull’album dei Pink Floyd “Animals” e poi da altre parti, la lista è lunga.

Questa canzone d’apertura del disco e quindi di tutta la carriera del Walsh solista risulta inevitabilmente dominante su tutto il resto dell’album, che vede comunque buone cose come la straziante “Wolf” la quale passa sontuosamente dal tono minore delle strofe a quello maggiore dei ritornelli; e ancora lo steelydanesco strumentale “Midnight Moodies”, nonché la magistrale ballata pianistica “Dreams” che oscilla bravamente fra passaggi talvolta epici, altrimenti jazzati, più in là pure beatlesiani.

Happy Ways” è molto caraibica, nello stile tex/mex/cubano di Stephen Stills. “Meadows” è goliardicamente introdotta da un momento altamente… alcolico di Joe, per poi rientrare nella normalità di una ballata molto melodica, magari arrangiata un po’ farraginosamente…

Il biondo del Kansas fa comporre e cantare alcune canzoni al suo amico Vitale od anche al suo bassista… Insomma “The Smoker…” in realtà è ancora un disco dei Barnstorm e non del solista Walsh, musicista che peraltro si è sempre sentito meglio all’interno di una band piuttosto che da solo e la sua carriera lo sta a dimostrare.

Ma soprattutto Joe dimostra qui ancora e sempre che razza di musicista eclettico sia… C’è in effetti un po’ di tutto in questo disco, ma è sempre stato così, anche con la James Gang e lo sarà fino al giorno d’oggi. Lui semplicemente ama, e crea, la buona musica di qualunque genere sia, dalla più lenta alla più veloce, dalla più triste alla più cazzona. E’ un grande.

Elenco e tracce

01   Rocky Mountain Way (05:14)

02   Bookends (02:47)

03   Wolf (03:11)

04   Midnight Moodies (03:39)

05   Happy Ways (02:42)

06   Meadows (04:44)

07   Dreams (05:38)

08   Days Gone By (05:58)

09   Daydream (Prayer) (02:01)

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