Ci risiamo colle copertine aviatorie di Walsh, in memoria di suo padre precipitato con l’aereo durante una missione quando lui era ancora infante. Ma questa del 1983 risulterà l’ultima occasione presa dal chitarrista come sfogo figurativo della personale carenza affettiva. Da qui in poi sui suoi dischi appariranno infatti immagini sì bislacche e sardoniche, ma non più… aeronautiche.
Stavolta il fotomontaggio lo effigia rilassato e pensieroso, mentre se ne sta seduto su di un’improbabile, intasata panchina piazzata sul ponte di volo della portaerei americana Yorktown, la quale sta allegramente bruciando dopo essere stata colpita da una bomba giapponese nella battaglia delle Midway, anno 1942.
Anche le musiche, come la copertina, tengono lo stile che ci si aspetta da lui: un rocchetto pulito ma deciso, variegato e melodico, impreziosito da ottime parti di chitarra ed interpretato colla sua particolarissima voce strascicata ma squillante, carica di ironia oppure di tenerezza a seconda dell’umore e del soggetto delle liriche.
In ogni caso il consistente successo arriso sin lì alla carriera di Walsh solista comincia da qui ad arretrare. In quest’opera manca il pezzo trainante, l’evergreen, quello che più o meno era presente nei precedenti album, tutti di sostanzioso riscontro commerciale. Non è in generale un buon momento per Joe, orfano degli Eagles messisi in naftalina dopo gli ultimi scazzi di inizio anni ottanta, con cocaina ed alcool che imperversano sulla sua salute fisica e mentale. Intanto il terzo suo matrimonio fa già acqua e sta per ricevere la bordata letale dalla pesante e tossica storia che si imbastirà fra lui e quell’altra sbordellona di Stevie Nicks, quella dei Fleetwood Mac. Sprofonderanno insieme nella tossicodipendenza, facendosi del male vicendevolmente e rischiando la pelle.
Ma pensiamo alla musica: l’album è noto soprattutto per contenere l’innocentemente sciovinista “I.L.B.T.’s”. L’acronimo, un escamotage per celare alla casa discografica l’argomento di titolo e liriche, consente a Walsh di esplicitare una situazione tutt’altro che sua personale, anzi comune a miliardi di persone al mondo. Il testo sciorina infatti, grosso modo, i seguenti concetti:
_Mi piacciono le tette grosse
_Le incontro per strada, a destra e sinistra
_Cerco di guardare oltre, ma non posso resistere
_Ogni volta che provo a darci un taglio, eccoti comparire qualche tetta
_Quella là è una bella quinta… Gran tette, giusto?
_Arrivano sempre due alla volta, difficile scegliere la tetta preferita
_Mi danno i brividi quando sballottano accanto a me
_Sono un tettarolo, mi fanno proprio sangue…
Il tono di voce e l’arrangiamento sono ovviamente ironici e da buontempone, una specie di marcetta blues condita di uhuh e ohoh. Per queste uscite goliardiche da qualche tempo è venuta di moda la più grottesca delle gogne: vietato fare anche semplice spiritosaggine su argomenti come questi. L’orrenda violenza verso le donne, un dato di fatto sicuramente ma anche una bruttura vecchia come il mondo altrettanto indubbiamente, oggigiorno viene evocata pure in presenza di semplici pensieri testosteronici, oppure scatti d’ira che niente hanno a che fare col genere dell’antagonista. Ne ho subito un piccolo assaggio un giorno che per strada ho dato della stronza ad una ragazza che si stava comportando da stronza, tagliandomi la strada urtandomi e facendomi cadere il sacco della spesa senza neanche voltarsi a guardare e al limite chiedere scusa: mi ha replicato, tutta seria, che avrebbe potuto anche denunciarmi per… boh non mi ricordo quale termine inglese abbia biascicato fuori.
E così, per colpa di merdoni come Epstein e similia, per merito di tutti quegli stronzi che non riescono a gestire un abbandono e meno ancora un paio di corna e reagiscono menando e ammazzando, oggi è andato in disgrazia anche il semplice dire “bella figa” ad una che è una bella figa. Eppure la conservazione della specie umana in questo pianeta, ad essere pedestramente didascalici e grossolanamente razionali, ha sempre tirato avanti con la necessità per l’uomo di scaricare i suoi testicoli e con la donna che, possibilmente e giustamente, sceglie a chi permettere di farlo con lei, auspicabilmente con un occhio attento verso chi è affidabile, forte e sano e non stupido, vizioso e nullafacente.
Insieme a questa amena ode di Joe alla procacità femminile vi sono altri nove brani in quest’opera dal titolo mirabolantemente pigro (“L’hai comprato… ora daglielo tu un nome!”). Per cominciare lo scolastico ma divertente rock’n’roll iniziale “I Can Play that R’n’R”, seguito dal cadenzato hard rock “Told You So” gonfio di chitarre che arrivano da tutte le parti. “Here We Are Now” è invece un rotondo reggae, stile già affrontato dal nostro in lavori precedenti, mentre “The Worry Song” butta sul funky ed elenca tutte le preoccupazioni del nostro: perfettamente attuali, fra l’altro.
I testi spassosi e schietti coinvolgono anche la danzereccia e “moderna” “Space Age Wiz Kids” che va appunto gustata leggendosi le liriche e godendosi come vengono interpretate dal buffo Joe. “Love Letters” è ancora più scanzonata, ma non dimentica di creare melodia. L’elegiaca “Class of ’65” è invece seria, almeno per i canoni del buontempone nostro e gode di un curioso arrangiamento arzigogolato, fra talk box e 12 corde stridenti. “Shadows” ci mostra un Walsh hendrixiano anzichenò, un vero omaggio all’uomo di Seattle che ha insegnato a tutti come indossare, maltrattare, carezzare la chitarra elettrica.
Il disco si chiude col tema pianistico “Theme from Island Weirdos”… Dopo la Boat Weirdos a cui era dedicato uno strumentale (meraviglioso) un paio d’album a ritroso, eccoti ora che tutta l’isola che è “strana”: meno epocale dell’altra volta la musica però, seppure ugualmente squisita.