C'era una volta l'Illuminismo. L’illuminato Illuminismo. Aveva idee che ansimavano grandezza, la ragione come strumento universale, l'uomo come misura di tutte le cose, la possibilità concreta che l'intelletto applicato al mondo potesse produrre giustizia, equità, e poi il progresso, ancora su un livello paleolitico ma gia’ ben tracciato. Kant scriveva trattati sulla dignità umana. Rousseau immaginava contratti sociali. Diderot compilava enciclopedie convinto che la conoscenza distribuita avrebbe liberato l'umanità dalle sue catene. Era un momento bellissimo della storia del pensiero occidentale, pieno di quella fiducia nel futuro. Quella fiducia che si può permettere solo chi non ha ancora visto cosa succede quando il futuro, inesorabilmente poi arriva, per davvero.
Ah, tra tante altre cose arrivò poi John Landis. E con lui, nel 1983, Una Poltrona per Due.
Il film si apre su Philadelphia, eh città non casuale, culla della democrazia americana, luogo in cui fu firmata la Dichiarazione di Indipendenza. Ovvero quel documento straordinario che proclamava l'uguaglianza di tutti gli uomini. Si narra scritto con la stessa penna e con le stesse mani con cui i suoi firmatari gestivano piantagioni schiaviste, inaugurando così quella tradizione tipicamente nostrana di tenere insieme principi sublimi e contraddizioni abissali. Senza che la cosa si azzardi a disturbare nessuno in modo particolare, non è proprio il caso. Philadelphia, dunque. Città della fratellanza. Città della libertà. Città in cui i fratelli Mortimer e Randolph Duke siedono ai vertici di una società di brokeraggio e gestiscono il destino altrui con la disinvoltura serena di chi non ha mai dovuto domandarsi troppo da dove viene il pane.
I Duke sono illuministi nel senso più compiuto del termine, credono nella ragione, credono nell'osservazione empirica, credono nell'esperimento controllato. Come sovente accade, l'oggetto del loro esperimento _ sociale_ è un essere umano. Louis Winthorpe III, broker di successo, fidanzato con una donna di buona famiglia, membro del club giusto, frequentatore dei ristoranti giusti, portatore di tutto il capitale sociale che Philadelphia sa distribuire ai suoi figli prediletti. Viene scelto come cavia con la stessa casualità con cui si sceglie un topo da laboratorio, il che è già di per sé una dichiarazione epistemologica di efficace sperimentazione. Parallelamente, Billy Ray Valentine, truffatore di strada, uomo di colore povero di Philadelphia secondo la classificazione implicita del film, viene prelevato dal suo habitat naturale — il marciapiede — e inserito nell'habitat artificiale del successo finanziario. La domanda che i Duke si pongono è semplice, elegante, illuministica nella sua formulazione.
E’ il carattere che determina la posizione sociale, o è la posizione sociale che determina il carattere?
Probabilmente i Duke distrattamente non avevano letto molto di Rousseau, Rousseau aveva già risposto. Lo scrittore francese aveva scritto pagine bellissime su come la società corrompa l'uomo naturalmente buono, su come le istituzioni plasmino l'individuo molto più di quanto l'individuo plasmi le istituzioni. Ma Rousseau non praticava il trading sulle merci, al limite poteva aver giocato a dadi o a baccara’ e questa differenza è risultata storicamente decisiva.
L'esperimento procede con rigore scientifico ammirevole. Winthorpe viene privato di tutto, lavoro, casa, fidanzata, reputazione con la precisione di un chirurgo che rimuove organi uno per volta per vedere quale è indispensabile. Valentine viene invece dotato di tutto, denaro, istruzione accelerata, abiti adeguati, contesto sociale appropriato e osservato mentre si adatta con una velocità che dovrebbe far riflettere profondamente sulla natura del merito, su cosa chiamiamo talento e su quanto di quel talento sia semplicemente opportunità che ha trovato un corpo in cui abitare. Il film in questo è impietoso, anche se ride, anche se fa ridere e mostra con chiarezza cristallina che Winthorpe senza denaro diventa rapidamente un essere disperato, rabbioso, capace di ogni bassezza, mentre Valentine con denaro diventa rapidamente un uomo capace, intelligente, persino elegante. L'uomo, suggerisce il film con la leggerezza di una commedia natalizia, è quasi interamente una costruzione delle circostanze. Il carattere è in larghissima parte una questione di saldo bancario.
Questa è la tesi illuministica del film, e fin qui potremmo essere ancora nel Settecento.
Ma poi arriva il mercato delle materie prime, e tutto cambia, quelle oscillazioni vertiginose che solo pochi sanno cogliere.
Il climax di *Una Poltrona per Due* si svolge alla borsa merci di New York, nella scena del succo d'arancia congelato e qui il film smette di essere una commedia e diventa, senza volerlo o forse volendolo perfettamente, il manifesto più inconsapevolmente lucido che il cinema americano abbia mai prodotto sul funzionamento reale del capitalismo finanziario. Winthorpe e Valentine, ora alleati, entrano in possesso di informazioni riservate sul raccolto delle arance — informazioni che i Duke avevano ottenuto illegalmente e che i nostri sottraggono con un contrattacco di pari eleganza morale. Armati di questa conoscenza asimmetrica, comprano e vendono futures sul succo d'arancia con una precisione che manda i Duke alla rovina completa nel giro di pochi minuti, mentre loro diventano ricchi in modo osceno.
La morale illuministica del film che il merito esiste, che la giustizia è possibile, che i malvagi vengono puniti si realizza interamente attraverso gli stessi meccanismi speculativi che i malvagi usavano. Non c'è nessuna riforma del sistema. Non c'è nessuna critica strutturale. C'è soltanto un cambio di mano — i soldi passano dai cattivi ai buoni attraverso esattamente gli stessi strumenti che utlizzavano i Duke.
Voltaire avrebbe riso. E poi avrebbe pianto. E poi avrebbe scritto un pamphlet.
Diderot avrebbe detto che la conoscenza libera l'uomo in un senso strettamente letterale avrebbe avuto ragione, perché è esattamente la conoscenza, quella nota sul raccolto delle arance, che libera Winthorpe e Valentine. Ma la conoscenza qui non serve a illuminare il mondo. Serve a battere i Duke sul loro stesso terreno. Serve a vincere, non a cambiare le regole del gioco. L'Encyclopédie ridotta a insider trading.
E tuttavia — ed è qui che il film diventa irresistibile, che la sua innocenza diventa la sua profondità — tutto questo viene mostrato come lieto fine. Come giustizia compiuta. Come meritata conclusione di una storia in cui i buoni vincono e i cattivi perdono e il Natale arriva e tutti vanno ai Caraibi. Il pubblico del 1983 rise e applaudì, e aveva perfettamente ragione di farlo, perché il film è una commedia straordinaria e Eddie Murphy in quel momento era forse l'essere umano più divertente del pianeta. Ma sotto la commedia, incisa con la precisione inconsapevole dei grandi film popolari, c'era questa cosa enorme e silenziosa, la dimostrazione che l'Illuminismo non era stato sconfitto dal capitalismo. Era stato semplicemente assorbito. Digerito. Convertito in carburante per un sistema che aveva preso dalla ragione il metodo e lasciato perdere il fine, che aveva preso dall'uguaglianza la parola e lasciato perdere la sostanza, che aveva preso dalla libertà il suono e lasciato perdere il senso.
Nel 2026 i mercati dei futures sulle materie prime esistono ancora. La conoscenza asimmetrica è ancora il motore principale dell'accumulazione di ricchezza. E ogni tanto qualcuno vince, come Winthorpe e Valentine, giocando il sistema meglio del sistema — e questa vittoria viene celebrata come conferma che il sistema funziona, che la mobilità sociale esiste, che chiunque con abbastanza intelligenza e abbastanza fortuna può sedersi su quella poltrona.
Ce ne sono due, di poltrone. C'è sempre spazio per due.
Il problema è quanti siamo.
Cosa c’è di più puntuale di un treno ad alta velocità giapponese? La risposta è semplice: Una Poltrona per Due la Vigilia di Natale.
In venticinque anni “Una Poltrona per Due” è stato protagonista del Natale della mia infanzia, adolescenza ed età adulta.