Anno: 1999. Fine del secolo, del millennio, di tante cose. E fine di Jovanotti. Già ormai assurto al ruolo di “guru” no-global, ambientalista, terzomondista da parte di una certa sinistra (ulivista) e già autore due anni prima del supponente “Lorenzo 1997 – L'albero” (in cui sound etnico e world music tentavano faticosamente di stare insieme, seppur con qualche rosellina qua e là), il nostro è da tempo anni luce sia dal suo primo periodo “pirla” (quello de “La mia moto”), sia a quello, il migliore, de “Lorenzo 1992”. Il 10 maggio 1999 esce “Lorenzo 1999 – Capo Horn” che vende molto (non moltissimo) ma che segnerà il più lungo periodo di crisi artistica e commerciale di Jovanotti (“Il quinto mondo”, 2002, sarà un flop duro da digerire) fino alla rinascita con “Buon sangue” (non un capolavoro, ma insomma ci si accontenta), 2005.
“Lorenzo 1999 – Capo Horn” è davvero l'album terzomondista di Jovanotti, tanto che l'anno dopo viene invitato a Sanremo (e ci va, mica scemo) a cantarle chiare ai Governi del mondo circa la cancellazione del debito del Terzo Mondo. Nessuno lo ascolta: ovviamente. Ma il 1999 è anche l'anno del singolone spacca-classifiche “Il mio nome è mai più” in combutta con Ligabue e Piero Pelù (mai più guerre: sì, ciao core). Nel 1997 aveva fondato la sua etichetta, la SoleLuna, che dirige un po' come una sorta di factory warholiana, e tra il 1997 ed il 1999 si prodiga in un sacco di attività a latere: espone i suoi quadri; recita in un film (brutto) di Alessandro D'Alatri, “I giardini dell'Eden”, 1998; scrive un libro, “Il grande Boh!” (appunto, ndr.) con l'endorsement di Fernanda Pivano; raccoglie fondi per gli zapatisti e fa una figlia, Teresa, a cui dedicherà “Per te”, il singolo di maggior successo dell'album. Ovviamente in estate è protagonista assoluto del Festivalbar, con la dimenticabilissima “Un raggio di sole”. Insomma, fa di tutto, troppo per uno che candidamente anni prima aveva ammesso che “di cento cose fatte me ne è riuscita mezza”, e forse di scrivere buona musica non gli interessa più di tanto. Sopratutto visti i massacri che opera: l'anno prima fece maledetsramente uscire l'insulsa “I got rhythm” (sì, quella di Gershwin) a cui appiccicca un testo da codice penale (terribile questo passaggio: “Il mio pisello è allegro e sorridente, lo guardo e lui mi guarda senza dirmi niente”, da matita rossa l'errore “lui mi” e “senza dirmi”, per non parlare del concetto in sé). Ma sembra che tutti lo vogliano: dai 99 Posse ai C.S.I., dalla Gialappa's Band a Serena Dandini.
Ora, l'album è lunghissimo (65'), le tracce sono tante (14), i musicisti che ci hanno lavorato (alcuni davvero notevoli) sono una miriade (dal fido Saturnino a Michele Centonze, da Pier Foschi aù Micheal Franti, più una sezione di strumentisti d'eccezione occupati con contrabbassi, corni inglesi, oboe, flauti, viole, violini, violoncelli, sintetizzatori vari), e non c'è un solo pezzo decente in tutto questo caleidoscopio di suoni. “Per te” è una nenia elementare che si pone sul solco delle tante, troppe, canzoni che i padri hanno dedicato alla nascita dei propri figli (prima Stevie Wonder, poi Baglioni, passando per Jovanotti ed in ultimo Fedez: di male in peggio, direi) e già utilizzare una canzone così come singolo due domande doveva farcele venire. In più il nostro si picca sempre più d'essere un fine sperimentatore e così vicino a canzoni più convenzionali (“Un raggio di sole”; “Dolce fare niente” o “Stella cometa”, sul conflitto israelo-palestinese che non passa mai di moda) affianca brani (quasi) esclusivamente strumentali: un casino mai sentito, un po' perchè ogni tanto due parole a casaccio le butta, un po' perchè sono semplicemente degli esperimenti mal riusciti incisi per riempire un disco non povero, bensì mancante di idee. Il nostro si fa ritrarre nelle foto di copertina totalmente indaffarato a girare il mondo ed a provare nuovi strumenti, dunque nuovi suoni. Forse li svilupperà meglio col tempo (al netto del flop che fu, “Il quinto mondo” qualcosa di salvabile ce l'ha), ma qui siamo ancora alla fase embrionale, ed oltretutto la tira alla lunghissima: brani (dimenticati, of course) come “Funky beat-o” e “Non è ancora finita” sfiorano i 5 minuti, mentre “Dal basso” sfora addirittura i 6 minuti. E sono minuti, credetemi, di niente.
Che poi, a dirla tutta, terzomondista fino ad un certo punto, dato che il disco (tolta una parziale tappa a Forlì) mica lo registra nel Chapas, ma al Globe Studio di New York (dove se ne sta comodamente assiso per ben 6 mesi). Dopodiché, vende più o meno 650.000 copie (che oggi sono esageratissime, all'epoca meno) e bene o male il suo pubblico se lo tiene stretto. Contenti loro.
Mare bagnasciuga carezza che ti bagna
fiocco di neve cade come piuma sopra la montagna
torrente d'acqua da bere con le mani
parco cittadino bella ragazza che gioca con i cani
ospitalitÃ
Penso a te prima di dormire
guardando il sole che fa spazio all'imbrunire
in questa terra lontana da casa
lontana da te che sei la mia casa
ovunque tu sia tu sei l'anima mia
sei un campo di malinconia
quando non sono da te sei un campo di frutti dolcissimi
quando sei qui con me contadino del cuore
la mia gioia mi costa sudore
io ti amo e fuggo lontano la misura di quanto ti amo è il pianeta
di ogni viaggio lontano da te sei la meta
io re magio tu stella cometa...
mi devo allontanare da te per vederti tutta intera
devo fare finta che non ci sei per scoprire che sei vera
questa sera la signora dell'albergo ha cucinato le patate
come le fai tu arrosto
un po' croccanti fuori e morbide nel cuore
proprio come le fai te... proprio
come te mangiandole mangiavo te come una comunione e son scappato via perché da
troppo amore non so respirare amore amore amore amore...
questa parola vista da lontano mi fa sentire un pellegrino un penitente
un cavaliere errante un mezzo deficiente
io ti amo e fuggo lontano la misura di quanto ti amo è il pianeta
di ogni viaggio lontano da te sei la meta
io re magio tu stella cometa.
Che lingua parli tu
se dico vita dimmi cosa intendi
e come vivi tu
se dico forza attacchi o ti difendi
t'ho detto amore e tu m'hai messo in gabbia
m'hai scritto sempre ma era scritto sulla sabbia
t'ho detto eccomi e volevi cambiarmi
t'ho detto basta e m'hai detto non lasciarmi
abbiamo fatto l'amore e mi hai detto mi dispiace
mi hai lanciato una scarpa col tacco e poi abbiamo fatto pace
abbiam rifatto l'amore e ti è piaciuto un sacco
e dopo un po' mi hai lanciato la solita scarpa col tacco
gridandomi di andare e di non tornare più
io ho fatto finta di uscire e tu hai acceso la tv
e mentre un comico faceva ridere io ti ho sentito che piangevi
allora son tornato ma tanto già lo sapevi
che tornavo da te senza niente da dire senza tante parole
ma con in mano un raggio di sole
per te che sei lunatica
niente teorie con te soltanto pratica
praticamente amore
ti porto in dono un raggio di sole per te
un raggio di sole per te
che cosa pensi tu
se dico amore dimmi cosa intendi
siamo andati al mare e mi parlavi di montagna
abbiamo preso una casa in città e sogni la campagna
con gli uccellini le anatre e le oche
i delfini i conigli le api i papaveri e le foche
e ogni tanto ti perdo o mi perdo nei miei guai
ho lo zaino già pronto all'ingresso ma poi tanto tu già lo sai
che ritorno da te...
"Per Te", dolce ninna-nanna con gli archi a commuovere l'ascoltatore.
"Stella Cometa", caratterizzata da un testo tra i più belli mai scritti dal menestrello di Cortona.