Dei Katatonia è fin troppo facile assurgere "Brave Murder Day" nel pantheon delle opere-dee del black, del doom, e forse anche del death. Ma un confronto ragionato e approfondito con "Dance of December Souls" perde il confronto, seppure di pochissimo.
"Dance of December Souls" risulta essere l'apice espressivo del gruppo svedese, senza dubbio per la mancanza di atmosfere lentissime ed ipnotiche che fecere grande "Brave Murder Day", sostituite qui da un magistrale riffing trasportante, profondo, emozionale, quasi black-sabbathiano in alcuni punti.
Album privo delle atmosfere rancide e brutali che avvicinano il black anni '90 allo stereotipato sound darkthroniano, denso invece di un tecnico e performantissimo cadenzamento ritmico-melodico variegato e molto ben ragionato, che da questo punto di vista ricorda quasi i Dissection di "The Somberlain", e da ambientazioni raggelanti, agghiaccianti, "pulite", fortemente evocative.
Album che si muove in un territorio dove le influenze death e doom sono, a mio avviso, piuttosto marginali, ma che costruisce un "campo infinito ed eterno, dove anche Dio è terrorizzato" [citazione da "Tomb of Insomnia"].
Tre interludi strumentali o quasi, e cinque tracce in cui la disperazione traspare attraverso una voce acerba ma estremamente carica ed espressiva di un certo Jonas Renske: "Seven Dreaming Souls", impercettibile intro, seguita dalla magistrale "Gateways of Bereavment", penetrante, glaciale, coinvolgente sul suo disegno d'apertura, ed in cui si stenta a trovare un riff o un controtempo fuori posto, il tutto su un ritmo non troppo veloce, ma che non scade nel prolisso o nel noioso; simile come andamento, ma forse più scarica e ingenua "In Silence Enshrined", che però fa di un riff centrale della sua solidissima struttura il suo cavallo di battaglia, innalzandola ad un livello più che buono.
Si prosegua con "Without God", che insieme alla successiva "Elohim Meth" è tratta da un demo dell'anno precedente (1991), "JHVA ELOHIM METH": l'introduzione è assolutamente imprescindibile, piena e sufficiente a costruire quasi l'intero valore del pezzo - introduzione ripresa e migliorata nella sua energia, ed accompagnata da brevissimi interludi atmosferici a venti gradi sotto lo zero. Degno di nota l'arpeggio che riesce addirittura a stemperare la tensione, facendo di questa canzone un'altra perla che si avvicina alla perfezione.
Quasi inquietante la breve "Elohim Meth", che scivola senza pesare o consumare l'atmosfera verso la gemma che illumina con luce assolutamente cruda l'intero panorama dicembrino: "Velvet Thorns (of Drynwhyl)", costruita su due guitar-lines insuperabili, della stessa consistenza di un blocco solido, dei veri e propri canali sonori che scorrono in un ghiacciaio. A onor del vero numerosi minuti della traccia scorrono in un ambito completamente diverso, un velocissimo screaming in pre-falsetto, sorvolante riffing approssimativo e quasi buttato a caso, nello stile dei peggiori Gorgoroth, salvo poi scivolare in un paio di ghirigori di basso assolutamente degni di nota. Ogni singola nota, ogni singolo timbro, ogni singola costruzione di questa traccia la rivela senza dubbio essere la migliore dell'intera Danza. Dubbi eventuali dissipati dagli ultimi due minuti da pelle d'oca, a canzone praticamente terminata, in cui il solito arpeggio fa capolino nella nebbia e scivola misticamente verso "Tomb of Insomnia". Quest'ultima è una traccia colossale, che oscilla costantemente tra il black più canonico ed il vampiresco (non in senso gothc-ridicolo, ma in un modo che la rende particolarmente triste e depressiva, che sembra quasi avvicinarla all'espressione maledetta di un tormento d'amore eterno e irraggiungibile - vampiresco appunto). Canzone non in definitiva eccezionale, forse un po' monocorde in più di un punto, ma sicuramente recante i due riff/arpeggi più orecchiabili e facili da ricordare dell'intero disco. Se il primo è quasi ripetitivamente riempitivo, il secondo, scherzoso quasi al punto da risultare stupido, a ben guardare costutuisce una delle luci che si accendono nella Tomba dell'Insonnia, fino a renderla una cavalcata nella notte, sapendo che non c'è Dio e non c'è speranza. Chiude "Dancing December", breve strumentale sussurrata che mantiene le linee guida fino alla fina.
In definitiva, un capolavoro imprescindibile e incommensurabile. Una vetta espressiva equilibrata, perfetta, sincera ed entusiastica, più volte rasentata, ma mai superata, da un gruppo storico cardine di un genere ibrido, difficile da comprendere, ma, in più di un caso, potente come non mai.
"'Dance Of December Souls' è il disco più pesante dei Katatonia."
"Un disco ostico e grezzo ma ricco di spunti brillanti e emotività percepibile fino in fondo."