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Le Orme
La Via Della Seta

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Tra i tanti generi partoriti dalla musica popolare negli ultimi cinquant’anni, il rock progressivo, insieme al punk, è più riconducibile ad un’attitudine che ad un semplice susseguirsi di note. Nato quasi per reazione ai limiti dei 45 giri e delle canzonette, il prog avrebbe incarnato un mondo, musicalmente, senza confini, capace di far andare a braccetto, almeno qui in Italia, musica popolare e canzone d’autore, jazz e politica, rock e musica classica, coadiuvato da uno sviluppo tecnologico che avrebbe poi reso possibili le più assurde bizzarrie a base di sintetizzatori e moog. Un’attitudine, si diceva, un moto dell’anima fatto di continua ricerca, con il cambiamento inteso come costante crescita: “the river of constant change”, cantava qualcuno. Quindi sì, si può “essere prog” senza per forza suonare prog, lontani da suite e tempi dispari che, quando il genere sarà ormai in affanno, appariranno più come noiosi “obblighi contrattuali” che come spunti per nuovi slanci.

Di questa “missione di vita” ne sanno qualcosa le Orme, marchio storico passato da mille successi, traversie e ritorni di fiamma. La Via della Seta incarna alla perfezione questo spirito, con un Michi Dei Rossi, indomito “guerriero prog”, come lui stesso una volta si è definito, che sembra affrontare questo nuovo lavoro come una vera e propria sfida con sé stesso. Arriviamo al dunque: la band, nel 2009, due anni, si era letteralmente sfasciata, con lo storico leader Aldo Tagliapietra che aveva piantato tutti in asso dalla sera alla mattina e l’idea di continuare senza di lui sembrava un suicidio a chiunque, evidentemente tranne che a Dei Rossi.

A distanza di sette anni dall’ultimo L’infinito e a quaranta esatti da quel Collage che diede il via alla scena spaghetti-prog, si torna in scena, cambiando tutto ma senza cambiare nulla. Formazione a sei, già rodata durante il tour dell’estate precedente, livello tecnico stellare e tanta voglia di rimettersi in gioco. Chi impugna il microfono? Jimmy Spitaleri, vecchio leone del prog tricolore, che con i suoi Metamorfosi ha scritto pagine e pagine di ottima musica. Guido Bellachioma, storico animatore della scena italiana e penna della rivista Prog, partecipa attivamente, sviluppando il tema dell’album con Dei Rossi. L’impostazione? Una suite-concept, come ai vecchi tempi, su quello non si discute. Da dove partire? La Roma di Bellachioma e la Venezia delle Orme, l’Impero e la Repubblica Marinara, Marco Polo e le grandi rotte commerciali, gli scambi di merci e quelli culturali, la tolleranza e la convivenza: gli spunti sono mille, tutti temi enormi che vale la pena affrontare. Un album dedicato alla Via della Seta, ecco cosa ci vuole. I testi? Li firma Maurizio Monti. Mina, Anna Oxa, Patty Pravo, lo stesso Spitaleri: una carriera importante di cui le Orme rappresentano solo il tassello più recente. L’album? Bello, scorrevole, registrato con cura. Le note sono farina del sacco di Dei Rossi e Michele Bon: le tastiere fanno la parte del leone e Michi è riconoscibilissimo come al solito, un tocco magico. La musica è ariosa, solare, figlia di chi non deve dimostrare più nulla, ma al tempo stesso sa che questa volta non è come le altre, con lunghi passaggi strumentali che fungono da ponte alla narrazione di Spitaleri, voce ferma e impostata, un autentico animale da palco. La Via della Seta è l’ennesimo capitolo di una storia già ai tempi ultraquarantennale, diverso da tutto quello fatto in precedenza ma al tempo stesso assolutamente “Orme”. La durata è quella di un vinile, quaranta minuti: lo stretto necessario, niente passaggi a vuoto. Un lavoro notevole e di assoluta qualità, che rilancerà il gruppo con tanto di ingresso in classifica, anche se con numeri ovviamente distanti da quelli degli anni Settanta, e che verrà poi seguito da uno splendido tour in compagnia degli amici del Banco del Mutuo Soccorso, con Spitaleri e il mitico Francesco Di Giacomo a duettare su tanti pezzi. Come sia poi possibile che a nessuno sia venuto in mente di trarne un album o un dvd resta un mistero.

Sfortunatamente l’idillio durerà poco: il cantante, che figurava solo come ospite, se ne andrà per tornare a dedicarsi a tempo pieno ai Metamorfosi, chiudendo una collaborazione che avrebbe potuto dare ancora tanto. Dei Rossi, da parte sua, andrà comunque avanti con una costante girandola di musicisti, dando più di una volta l’impressione che le Orme siano ormai più un suo progetto personale che un gruppo vero e proprio. Col tempo seguiranno dischi con rivisitazioni di vecchi brani ma mai un nuovo album di inediti, facendo intendere che ormai la storia del gruppo, discograficamente, è da considerarsi conclusa. Peccato, un secondo lavoro di questo nuovo corso sarebbe stato apprezzato. Un album prezioso, quindi, da ascoltare più e più volte, consci che, come recitano le note del libretto che accompagna il cd, una volta giunti alla conclusione, “la Via della Seta sia ormai dentro di noi”.

Le Orme:

  • Michi Dei Rossi, batteria, campane tubolari, Glockenspiel, timpani, Bhayan
  • Michele Bon, hammond, synth, tastiere, piano, cori
  • Fabio Trentini, basso, bass pedals, chitarre acustiche, dulcimer, sitar elettrico, cori


con:

  • Jimmy Spitaleri, voce
  • William Dotto, chitarra elettrica
  • Federico Gava, piano, synth, tastiere

La Via della Seta:

  1. L'alba di Eurasia
  2. Il romanzo di Alessandro
  3. Verso sud
  4. Mondi che si cercano
  5. Verso sud (ripresa)
  6. Una donna
  7. 29457, l'asteroide di Marco Polo
  8. Serinde
  9. Incontro dei popoli
  10. La prima melodia
  11. Xi'an - Venezia - Roma
  12. La Via della Seta

Commenti (Quattro)

pi-airot
pi-airot
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Come album di "neo-prog" ha tutti i sacri crismi, ma è qui che un po' "La Via della Seta" mi ha deluso. Le Orme storiche, cioè fino al 1982, hanno sempre garantito la loro volontà di ricerca; anche prendendo delle cantonate (mi viene in mente Smogmagica) hanno sempre avuto il coraggio di addentrarsi in territori nuovi, in soluzioni sonore inedite pur tenendo presente la dimensione della "canzone". Da "Il Fiume" in avanti, si sono tenuti saldamente ancorati, invece, ad un progressive classico, ben suonato, ben composto, ma per me meno intrigante.


Rainbow Rising: Capisco, praticamente un prog che ha smesso di progredire, riproponendo soluzioni già sperimentate in passato, un paradosso. Però rispetto a tanti altri che sono diventati delle macchiette, questi almeno hanno continuato a fare dischi belli e con personalità.
NonnaSummer
NonnaSummer
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Dopo il 1982 ho perso le loro orme.....


pi-airot: Ma che nickname stupendo!
ZiOn
ZiOn
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Bravo ragasso, anche se forse avresti dovuto snellire il tutto. Mi piacciono alcuni gruppi prog italiani degli anni Settanta: Perigeo, The Trip, Cervello, Osanna, Odissea, Goblin, New Trolls. Loro li conosco poco, magari approfondirò.


italianissimo
italianissimo
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Per me il prog italiano superiore a quello inglish, ma per i baroni con i parrucchoni con la puzza sotto al naso, siccome sono inglish e vengono prima sono per FORZA superiori ma andate a cagare MERDE voi e il porridge.


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