Monitor – Leo Nero: quando il prog italiano guarda il futuro e non torna più indietro
Prima di diventare Leo Nero, Gianni Leone era la mente dietro Il Balletto di Bronzo, uno dei nomi più leggendari e oscuri del progressive italiano. Dischi come YS avevano già mostrato una certa tendenza a spingersi oltre i limiti del genere, tra strutture complesse e atmosfere disturbanti. Dopo la fine di quell’esperienza, Leone prova una strada solista con Vero nel 1977: un lavoro che mantiene ancora forti legami con il prog, pur mostrando qualche segnale di cambiamento. Poi però succede qualcosa. Il prog non è più il linguaggio giusto, o forse non basta più. E invece di adattarsi lentamente, Leone decide di tagliare netto: cambia nome, diventa Leo Nero, e con Monitor entra in un territorio completamente diverso. E qui arriva il punto interessante. Invece di riproporre formule già esaurite o aggiornarsi timidamente, Leone fa un salto netto. Cambia nome, cambia suono, cambia prospettiva. Monitor non è un’evoluzione: è quasi una rottura. Monitor è esattamente questo: un corpo estraneo, un salto nel vuoto, o forse un’uscita di sicurezza dal progressive italiano ormai arrivato al capolinea.
Siamo all’inizio degli anni ’80. Il prog è finito, o almeno così sembra. Le tastiere barocche e le suite infinite non interessano più a nessuno. Arrivano la new wave, i sintetizzatori, il minimalismo, e un certo gusto per il freddo e l’artificiale. Leone, invece di resistere o adattarsi a metà, fa una scelta drastica: cambia pelle completamente.
Non è un disco “elettronico” nel senso facile del termine. È un disco elettronico nel senso inquietante. Le drum machine non tengono solo il tempo, lo impongono. I sintetizzatori non colorano, costruiscono tutto. La voce stessa sembra spesso più un segnale che un’espressione umana. In certi momenti viene da pensare che Leone stia volutamente togliendo l’uomo dalla musica, o almeno stia cercando di ridurlo a un elemento tra gli altri. La cosa interessante è che il disco è spaccato in due. Il lato A, con la Optical Band, è quasi ingannevole: più “suonabile”, più vicino a una forma canzone, anche se sempre filtrata da questa estetica fredda e un po’ aliena. Poi giri il vinile e il lato B cambia le regole del gioco. Qui Leone resta praticamente da solo e si sente: le strutture si fanno più scarne, i suoni più ossessivi, l’atmosfera più rarefatta. È come passare da una città notturna a una stanza piena di monitor accesi dove non succede nulla… e proprio per questo ti mette a disagio.
E infatti Monitor non è un disco accogliente. Non ti viene incontro. Non cerca di piacere. È spigoloso, a tratti persino irritante, ma ha un’identità fortissima. E soprattutto ha una cosa che manca a tanti dischi più “perfetti”: il coraggio di essere sbagliato.
L’atmosfera è forse la sua arma migliore. Non c’è la fantascienza spettacolare, niente astronavi o robot da copertina. Qui il futuro è silenzioso, un po’ vuoto, quasi burocratico. È fatto di segnali, circuiti, comunicazioni interrotte. Un futuro che oggi, in certi momenti, sembra persino familiare.
Alla fine, Monitor è uno di quei dischi che probabilmente non amerai subito. Magari neanche dopo. Ma ti resta addosso. E soprattutto, riascoltato oggi, suona incredibilmente avanti rispetto al suo tempo. Non è solo un passaggio dal prog alla new wave: è proprio un cambio di prospettiva.
E forse è per questo che, ancora adesso, continua a sembrare un po’ fuori posto. Ma nel modo giusto.