Chiudete gli occhi, sforzate il vostro cuore ed il vostro cervello a regredire allo stato pre-infantile ed immaginate la migliore voce materna possibile, che vi canta di fiabe, con l'infinita dolcezza di un angelo...
Provato...? Bene, non siete nemmeno vicini a ciò che potreste udire nelle tracce dell'unico lavoro di questa incredibile artista. Pressoché nulle le informazioni riguardo la sua biografia, esce allo scoperto nel 1970 licenziando per la piccola Kapp Records questo delizioso gioiello.
"Chimacun Rain" è un sottile intreccio fra una chitarra acustica e fluttuanti linee vocali che si rincorrono, lungo il brano, a riprodurre le armonie dei folletti e delle fate che si raccontano storie di boschi abitati dalla pioggia; è psichedelia forgiata nel miglior lignaggio folk, trasposizione alla dolcezza femminile delle più ispirate visioni di Tim Buckley. In "Paper Mountain Man" insegue il suo lui con sensuale fermezza e decisione, dove la chitarra acustica è brusca ed intransigente e l'armonica sottile ed acida, mentre la voce è quella di donna, matura e consapevole; che non ha più bisogno di emanciparsi... e non esagero nel dire che su questo brano, artiste del calibro di Patty Smith e Polly Jean Harvey hanno studiato a fondo, tutte le possibili sfaccettature. "Dolphin" è un esercizio di eterea bellezza, che trasporta nel decennio oscuro della musica, le istanze di pace e amore, più come "modus-operandi" che risultato da inseguire; in cui la nostra de-struttura le melodie di Joan Baez rendendole sghembe ed adattandole ad un folk un po' più ""schizzato"", riuscendo appieno in quest'opera nella successiva "Call Of The River".
In "Sandy Toes" pesca direttamente dalla contro-cultura hippie, per cui emergono Country Joe & The Fish, Electric Prunes... perfino certi Byrds; completamente spogliati finanche dell'ultima gocciolina di machismo. Nella title-track tutto questo viene superbamente sublimato e la psichedelia da rarefatta si fa protagonista al centro del brano, in una via di mezzo fra le immersioni spazio-temporali dei Floyd, i ritorni in superficie à la Grace Slick dei Jefferson Airplane ed un vago eco di kraut dal profondo della Foresta Nera.
"Hey, Who Really Cares" è un intermezzo di puro esercizio folk, pausa che introduce alle allucinazioni vocali di "Moon And Cattails", dove si fa ancora più forte ed incredibile il richiamo a Patty Smith sia per le melodie che per il nervoso blues acustico disegnato dalla sei corde. Flauti abbelliscono il grazioso affresco di "Morning Colors" confluendo nello splendore "folkedelico" di "Porcelain Baked Over Cast Iron Wedding"... e qui spero il solo titolo basti. E si chiude con "Delicious", dove ancora l'eterea bellezza delle melodie vocali di Linda Perhacs sublima lo scarno incedere della sua chitarra, ricordando qui, molto da vicino, le fredde mattine della campagna inglese descritte da Nick Drake.
Molto (troppo) spesso offuscata dall'imponente figura di Joni Mitchell, Linda licenzia il suo lavoro nel 1970, qualche mese dopo "Ladies Of The Canyon" ed un anno prima di "Blue" della ""rivale"", e forse le differenze fra i due lavori non sono del tutto casuali.
E tutto questo non è fantasia, ma i Parallelogrammi di una splendida artista che decide di sparire subito dopo. E come detto le notizie su di lei sono veramente scarse. Sembra che abbia recentemente collaborato ad un brano di Sufjan Stevens ed una delle tante leggende che circolano, narra che dopo il ritiro abbia aperto un'agenzia turistica di piccoli aeroplani, su una delle isole delle Hawaii...
Possedere un disco non equivale a possedere la musica e puoi possedere la musica pure avendola semplicemente ascoltata camminando per strada oppure la mattina alla radio mentre ti fai la doccia.
The Soul of All Natural Things è un gran bel disco, dove Linda ci mostra tutte le sue capacità vocali coadiuvata da Julia Holter e Nite Jewel.