Copertina di Locanda delle fate Forse le lucciole non si amano più
Rainbow Rising

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Per appassionati di progressive rock, cultori della musica italiana anni settanta, collezionisti di vinili, amanti del rock sinfonico, lettori di recensioni musicali approfondite
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LA RECENSIONE

Il disco giusto al momento sbagliato. Difficile descrivere la breve carriera della Locanda delle Fate differentemente. Partiti a inizio Settanta, dopo la solita trafila di serate nei dancing e qualche cover in italiano di tormentoni stranieri, il gruppo si assesta con l’arrivo di Leonardo Sasso, voce potente e impostata sullo stile del grande Francesco Di Giacomo. L’astigiano non è certo il centro del mondo, soprattutto quando tra i tuoi idoli ci sono Genesis, Yes e tutto il prog italiano dell’epoca, ma si riesce comunque a strappare un contratto alla prestigiosa Polydor. Con una formazione a sette elementi, con tanto di due tastieristi, e Nico Papathanassiou in cabina di regia, il gruppo sembra avere tutte le carte in regola per sfondare. Un successo? Non proprio.

Siamo ormai nel ’77, la stagione d’oro del “pop” italiano è finita da un pezzo e il pubblico di tempi dispari e brani di diciotto minuti non vuole più saperne. Il LP si rivela un flop e il gruppo entra in crisi, con tanto di allontanamento di Sasso e un ultimo tentativo, in extremis, di tenere in piedi la baracca abbracciando uno stile meno ostico. Tempo un paio di anni e si lascerà perdere tutto, andando a ripetere una storia simile, purtroppo, a quella di tante formazioni nostrane di quella stagione.

Ma il disco? Uno dei più belli di quegli anni, un esempio di rock sinfonico davvero di alto livello, al pari dei grandi classici. Il marchio di fabbrica? Testi mai banali, autentiche poesie in musica, paragonabili, per spessore, a quelli del Banco, sempre in bilico tra atmosfere sognanti e malinconia e pezzi lunghi e complessi ma affascinanti, il tutto impreziosito dall’ugola di Sasso, uno dei pochi “veri” cantanti della scena italiana del periodo.

Il lungo strumentale A volte un istante di quiete, che apre il primo lato, mette subito in risalto le potenzialità dei sette, ma il climax lo si raggiunge col brano che dà il nome all’intero lavoro, Forse le lucciole non si amano più: dura dieci minuti ma si vorrebbe che durasse un’eternità. Artisticamente non si inventa nulla, ma tutto è rielaborato con gusto, senza scopiazzature, in modo enfatico ma mai stucchevole, con liriche impregnate di ricordi e nostalgia. Profumo di colla bianca prosegue il discorso, chiudendo il lato A in bellezza. La movimentata Sogno di Estunno lascia poi spazio alla delicata Non chiudere a chiave le stelle, che sembra anticipare la svolta “melodica” che il gruppo avrebbe tentato qualche tempo dopo. Il sipario cala con Vendesi saggezza: se il livello lirico resta altissimo, la vera ciliegina sulla torta è il finale, con il brano che va in crescendo, arricchito da un lavoro strabiliante di flauto e chitarra solista. Ascoltare per credere.

Anni fa il bassista Luciano Boero arrivò in libreria con Prati di lucciole per sempre, in cui ripercorreva l’intera vicenda della Locanda e, a distanza di quarant’anni, restava vivo lo smacco per il totale disinteresse con cui il 33 fu accolto. Certo, il gruppo, tornato insieme in tempi recenti, si sarebbe tolto tante soddisfazioni, arrivando a suonare addirittura in Giappone, ma traspare dai vari capitoli del libro come le aspettative, in gioventù, fossero ben altre. Si potrebbe dire: meglio tardi che mai. Al giorno d’oggi Forse le lucciole non si amano più è presente in qualsiasi classifica di prog italiano, di fianco ai grandi del genere, di fatto il posto che gli spetta.

Da un paio di anni a questa parte la De Agostini sta curando una collana dedicata al prog italiano dei tempi d’oro, rigorosamente in vinile, con Guido Bellachioma, penna storica del genere, a seguire il tutto. Ovviamente è stato anche il turno di Forse le lucciole, ripubblicato in un’edizione lussuosa con copertina apribile e inserto con testi e interviste. Dal dimenticatoio alle edicole di tutta Italia: chissà se nel ’77 Sasso e soci se lo sarebbero mai aspettato.

Lato A

  1. A volte un istante di quiete
  2. Forse le lucciole non si amano più
  3. Profumo di colla bianca

Lato B

  1. Cercando un nuovo confine
  2. Sogno di Estunno
  3. Non chiudere a chiave le stelle
  4. Vendesi saggezza
  • Leonardo Sasso, voce
  • Ezio Vevey, chitarra solista, voce
  • Luciano Boero, basso, hammond
  • Giorgio Gardino, batteria, vibrafono
  • Alberto Gaviglio, flauto, chitarre, voce
  • Michele Conta, pianoforte, tastiere
  • Oscar Mazzoglio, tastiere
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Riassunto del Bot

La recensione analizza 'Forse le lucciole non si amano più', album simbolo della Locanda delle Fate e del prog italiano anni Settanta, che non ebbe il successo sperato all'epoca. Il disco è elogiato per la qualità musicale e lirica, con brani complessi e atmosfere sognanti. Nonostante il flop iniziale, oggi è riconosciuto come un capolavoro del rock sinfonico italiano ed è presente in molte classifiche di riferimento. La recente ristampa in vinile testimonia il valore duraturo dell'opera.

Tracce video

01   A volte un istante di quiete (06:36)

02   Forse le lucciole non si amano più (09:55)

03   Profumo di colla bianca (08:30)

04   Cercando un nuovo confine (06:44)

05   Sogno di Estunno (04:44)

06   Non chiudere a chiave le stelle (03:36)

07   Vendesi saggezza (09:40)

Locanda delle fate

Band prog dell’astigiano, formazione a sette con doppie tastiere e la voce di Leonardo Sasso. Debutto nel 1977 su Polydor con Forse le lucciole non si amano più, ignorato all’epoca e poi divenuto di culto. Ritorno negli anni ’90 con Homo homini lupus, più pop-rock, e nuova attività live documentata dal concerto al Bloom del 2010.
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Altre recensioni

Di  Robert Fripp

 La perizia tecnica dei sette musicisti è sufficientemente apprezzabile e consente al gruppo di cimentarsi con agilità in partiture musicali.

 Album uscito troppo tardi e quindi etichettato dai più come un lavoro di serie B... che peccato!