Il mio rapporto con Rowland S. Howard è la metafora di quella regola non scritta secondo cui, immancabilmente, scopri quanto vale realmente una persona per te, solo dopo averla persa. Ed a quel punto, in irreversibile ritardo, pensi che avresti dovuto trascorrere più tempo con lei, condividere più cose, cercare di comprenderla in modo più profondo.

Credo che fosse il 1986 o al più tardi il 1987 quando fui folgorato da Kicking against the Pricks e dal successivo Your Funeral My Trial di Nick Cave & The Bad Seeds. Da lì a risalire ai primi due album di Nick ed ai Birthday Party il passo fu breve. Eppure non misi bene a fuoco la figura di Rowland S. Howard, nemmeno quando, poco dopo, ascoltai l’ottimo Room of lights dei Crime and The City Solution e lessi recensioni entusiastiche del primo album dei These Immortal Souls. A mia discolpa posso dire che nell’epoca pre-internet non era semplicissimo procurarsi gli ascolti. Certe cose non passavano su MTV o (peggio) su DJ Television ed anche sulla stampa specializzata spesso si trovava solo qualche sporadica notizia. E poi c’era tanta altra musica che ti solleticava le orecchie, la neo-psichedelia ed il neo-garage, anche italiano, il “nuovo rock” che imperversava su entrambe le sponde dell’Atlantico, per non parlare dell’Australia. Ciò non di meno, avevo incrociato più volte Rowland S. Howard e l’avevo appena degnato di uno sguardo distratto. Come quando, camminando per strade affollate, ti imbatti in qualcuno che ti urta una spalla e che guardi per un attimo, senza memorizzarne un solo particolare.

Fu solo agli inizi del 2010, quando mi capitò sotto gli occhi la notizia della morte dell’ex Birthday Party, che mi resi conto di aver seguito per tanti anni la carriera di Nick Cave, di cui non perdevo un album, senza aver prestato la minima attenzione all’altro maggiore azionista della strepitosa band di origine (certamente ben più parco di uscite discografiche).

Mi procurai Pop Crimes, l’album che Rowland aveva fatto in tempo a pubblicare poco prima di morire e rimasi tramortito. Come avevo potuto ignorare un artista di quella caratura, un chitarrista eccezionale non per virtuosismo ma per stile, sonorità e pathos. In breve percorsi a ritroso tutta la sua (esigua) discografia cercando di reperire anche le numerose collaborazioni con altri musicisti, pentendomi amaramente di non aver scoperto prima quelle meraviglie e di aver fatto parte di quel gran pezzo di mondo che non si era accorto di questo artista carismatico, capace di scrivere canzoni così disperatamente decadenti e romantiche ma anche capace di brutalità chitarristiche inusitate. Feedback apocalittico, acuti stridenti, placche metalliche di rumore bianco.

Si suole dire che nella vita è meglio avere rimorsi che rimpianti ma l’esperienza insegna che spesso accade il contrario. E così, spinto dal rimpianto alla spasmodica ricerca di tutti i suoni provenienti dall’Iperuranio e incanalati attraverso la chitarra di Rowland, mi imbattei in Shotgun Wedding, connubio mefistofelico o meglio vampiresco, a giudicare dalla bella foto di copertina, tra la voce atonale di Lydia Lunch, sacerdotessa della No Wave newyorkese, ed il lirismo della Fender Jaguar di Howard.

Come nacque l’unione tra queste due anime perdute lo racconta, dopo la morte di Rowland, la stessa Lydia.

“Ci siamo incontrati a New York durante il primo viaggio in America dei Birthday Party. Ero molto attratta da Rowland. Sul palco era ipnotizzante. Un vampiro sottile come una lama, vestito di nero, con uno sguardo che uccide da mille metri. Era come se una storia di Edgar Allan Poe arrivasse sul palco. Pelle traslucida, capelli corvini, occhi azzurri, un dandy in abito scuro con l'aria di un angelo ribelle teletrasportato da un'altra dimensione, un altro pianeta, un altro tempo che era al di fuori del tempo terrestre. Rowland era magico, spettrale, soprannaturale. proprio come i suoni che filtravano dalla sua chitarra che canalizzavano tutta la beatitudine e il dolore che le parole da sole erano troppo unidimensionali per decodificare completamente. Mi trasferii immediatamente a Londra”.

Il primo frutto di uno dei matrimoni artistici più malsani di sempre fu il singolo "Some Velvet Morning" del 1982, cover di un seducente brano di Lee Hazlewood e Nancy Sinatra che la nostra coppia luciferina trasforma in una lisergica filastrocca da incubo con aggiunta di lussuria. Poi, nel 1987, i due incidono Honeymoon in Red a cui partecipano anche Tracy Pew (Birthday Party), Genevieve McGuckin (These Immortal Souls) e Thurston Moore (Sonic Youth) e, nel 1991, a quattro anni di distanza dalla loro “luna di miele in rosso” consumatasi a Berlino, Lydia e Rowland celebrano il loro “matrimonio riparatore”, questa volta a Memphis, consegnandoci un capolavoro risplendente di - se mi concedete l’ossimoro - luminosa oscurità.

La musica è Blues malato e decadente che gronda lacrime e sangue, filtrato attraverso il setaccio del Post-Punk. Nove tenebrose canzoni di amore e morte. Ballate disperate. Oscure cavalcate elettriche con la Fender Jaguar di Howard che si erge al di sopra di tutto dimostrando, ancora una volta, come l’australiano sia uno dei musicisti più dotati di tutta la scena post-punk e new wave.

L'apertura è affidata a "Burning Skulls", trafugata a I Knew Buffalo Bill - altro album prezioso di cui Rowland è cointestatario - ed offerta in dono per questo sposalizio pagano. La voce della Lunch guida la band in un blues mortale, sostenuta da una spavalda linea di basso e dalla chitarra di Howard tagliente come la lama di un coltello. "In My Time Of Dying" deturpa meravigliosamente uno standard gospel di Blind Willie Johnson cogliendone pienamente il senso di disperazione e, per quanto mi riguarda, superando la versione dei Led Zeppelin contenuta in Physical Graffiti. "Solar Hex" e “What is Memory” sono invece portate in dote da Lydia Lunch. La prima è grezza furia Punk che ricorda Patti Smith mentre la seconda, bellissima e minacciosa, lascia carta bianca allo strabiliante stile chitarristico di Howard che sostiene, avvolge, sommerge, esalta il canto svogliato e fluttuante della Lunch. Gli altri brani sono frutto dell’osmosi dei due artisti. Le accelerazioni febbrili di "Endless Fall" sono un’altra divagazione sul tema Eros e Thanatos. Fulfill my final wish/ A kiss before dying/ Your breath upon my lips. La travolgente "Pigeon Town", “Cisco Sunset” e la fosca "Incubator" sono Blues gotici in cui la voce quasi narrante di Lydia è assediata dalla chitarra aliena di Rowland. La cover di "Black Juju", abbastanza fedele all’originale di Alice Cooper, chiude l'album con oltre 9 minuti di sinistre meditazioni e deflagrazioni incendiarie, perfetto epilogo di un’opera intrisa di malefica bellezza e torbida sensualità che, a più di trent’anni dalla sua pubblicazione, non ha perso un grammo del suo fascino maledetto.

Mai matrimonio, forse non solo artistico, fu più intenso e tenebroso.

“Non posso dire che avrei voluto avere più tempo con Rowland, perché il tempo che ho avuto è stato fottutamente incredibile. Adoro ogni giorno che abbiamo passato insieme”. (Lydia Lunch)

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