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Mario Monicelli
I picari

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Voglio stroncare i Picari.

Questo è un film di quelli del tipo: adattiamo libri adatti per gli adattamenti. Scriviamo una sceneggiatura carina, scritturiamo qualche divo del cinema nostrano e facciamo il botto al botteghino. Prendiamo Manfredi, Gassman, Montesano, Bisio, Giannini e De Sio e facciamoci due risate…

Non ci siamo. Ci riprovo.

Anzi no, scherzavo, parliamone, seriamente, se è possibile.

Si tratta di una commedia all'italiana, non di un film comico. Ridiamo e scherziamo per non piangere. Sono risate, ma il retrogusto è amaro: la vita è un triste affare.

Mettiamo un po' d'ordine.

Siamo nel 1987. Mario Monicelli è ormai adulto, anziano. Siamo intorno al cinquantesimo anno di carriera e, con una media di almeno un film all’anno, l’ispirazione non può essere sempre massima.

Decide, insieme al suo gruppo di sceneggiatori (Leo Benvenuti e gli altri), di ambientare il nuovo film nella Spagna del XVI secolo, attingendo a piene mani dai romanzi del genere picaresco che ebbe uno straordinario successo nella seconda metà del secolo. Prendono così i due personaggi più celebri del genere, Lazarillo de Tormes e il Guzman de Alfarache, li fanno incontrare e preparano una buona sceneggiatura.

I due protagonisti si somigliano molto: i picari sono dei vagabondi e straccioni, ribaldi e generosi. Giovani che fanno dello spirito d' avventura una religione, sfiorando la delinquenza, impegnandosi solo casualmente in lavori precari, esclusivamente per risolvere il grande problema della fame e di un tetto sotto cui dormire. Le loro avventure sono pressappoco intercambiabili.

Intorno alla metà del XVI, all'epoca del Lazarillo de Tormes, parlare dei picari, era un modo per osservare la società spagnola vista dal basso; mezzo secolo dopo, col Guzman de Alfarache, e ancor più nei nostro tempo, è diventato perlopiù un modo per assistere a beffe e inganni spassosi, anche se all'interno di un'amara realtà.

Lazarillo (Montesano) e Guzman (Giannini) si conoscono quando, galeotti, lavorano come rematori in una nave spagnola.

Si raccontano il loro passato.

Lazaro è nato a Salamanca in una famiglia squattrinata e… multietnica. Insomma, per tirare avanti, la madre lavora come prostituta.

Un giorno, quando ormai Lazaro è grande abbastanza, in cambio dei piaceri della carne, un vecchio cieco (Manfredi) accetta di prenderlo con sé.

“L'esperienza che farà con me in giro per il mondo,

vale più di una montagna di zecchini d'oro.

E spero che per ogni petita saprà come ripagarmi".

Proprio così. La formazione sarà fatta di inganni, beffe e truffe a scapito di tutti: signorine e cardinali, nobili e signore. E Lazaro ne sarà vittima, spalla e alla fine, ormai cresciuto, autore: così si libererà del cieco, facendolo tuffare in un dirupo.

Guzman è invece figlio di un giocatore di dadi, condannato all'impiccagione come baro: dal padre eredita gli attrezzi del mestiere. Tuttavia si preoccupa del piccolo orfano un prete che lo consiglia come assistente pedagogico del marchesino a una nobile famiglia di marchesi. L'assistente pedagogico non è nessun altro che colui che si piglia le botte dal pedagogo (Hendel) per le sciocchezze che compie il piccolo rampollo.

Ritornando al presente, durante una sommossa dei galeotti, i due tradiscono i ribelli, ma, mentre stanno per soccombere, guidati dalla fortuna amica, riescono comunque a salvarsi.

Si dividono per poi ritrovarsi, ridividersi e ritrovarsi ancora.

La struttura narrativa è ciclica.

Le avventure potrebbero andare avanti potenzialmente all'infinito. Così vanno avanti per un po', fino a quando arriva il finale che lascia lo spettatore un po' con l'amaro in bocca.

Tra queste avventure, spicca quella che vive Guzman come cameriere personale, famiglio, stalliere di un hidalgo squattrinato, interpretato da Vittorio Gassman.

Le malinconiche vicende di questo personaggio sono memorabili e varrebbero da sole la produzione del film.

P.s.

Ovviamente, in questo compendio di letteratura spagnola del cinque-seicento, faranno un piccolo cameo anche i più celebri Chisciotte e Sancho.

Noi siamo Picari

Dalla-Malavasi

Noi siamo Picari
Soprattutto siam liberi
Come gli zingari
Non molto stabili, uccelli tra gli alberi o topi tra i mobili
Noi siamo nomadi
Coi nostri limiti
Ammazzati dai debiti
Siamo diversi dai nostri simili, siamo maestri dei sogni impossibili
Noi siamo Picari
E come cani parliamo alla Luna (ascoltaci)
Poveri ciechi vendiamo fortuna
Ascoltaci, ascoltaci, ascoltaci
Dacci di più
Noi siamo Picari
Perversi lunatici
Fantasmi invisibili
In mondi frenetici
Daremmo un occhio per un po’ di fortuna (ascoltaci)
La vita è un balocco, un pozzo, una luna
Ascoltaci, ascoltaci, ascoltaci
Dacci di più

rubare
mangiare
dormire

Qualche volta la luna - eh, qualche volta.

Commenti (Quattro)

dado
dado
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Modifica alla recensione: «Re-fusi». Vedi la vecchia versione I picari - Mario Monicelli - recensione Versione 1


Caspasian
Caspasian
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I Picari stanno a metà strada dall'esser stati "delinquenti" e verso "Il Folle", la carta dei Tarocchi senza numero.


dado
dado
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Modifica alla recensione: «refusi». Vedi la vecchia versione I picari - Mario Monicelli - recensione Versione 2


JOHNDOE
JOHNDOE
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Lo vidi una sola volta al cinema quando uscì ma ne ho un buon ricordo


dado: Anch'io l'avevo visto anni fa perché per altri motivi avevo letto il Lazarillo de Tormes (consigliato). E ne avevo un buon ricordo.
L'ho rivisto in questi giorni e ne son stato felice.

Ocio che non hai mica acceduto al DeBasio!

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