Quando da bambino andavo alla casa al mare ero sempre felice. Avevo sette, otto anni e niente mi rendeva più felice che stare ore sulla sabbia rovente a giocare. Papà se ne stava sempre in veranda, all'ombra, leggendo un libro o solo osservando l'orizzonte. Ricordo che spesso metteva su della musica, sempre la stessa. Sulla copertina di quel disco c'era un uomo di spalle, dai capelli lunghi e neri, che, sulla spiaggia, scrutava il mare. Dietro di lui c'era un ombrellone giallo. Papà canticchiava quelle canzoni nel suo inglese maccheronico. Era bello stare lì ad ascoltarlo.

Vent'anni dopo, eccomi ancora in questa stessa casa. Nulla è cambiato. Solo che stavolta papà non c'è. Butto la mia unica valigia sul letto, la apro ma lascio i vestiti dentro, piegati male. Prendo solo la copia sgualcita di "Il Buio Oltre La Siepe" e un cd che ho comprato pochi giorni fa e ancora devo ascoltare. Decido di farlo adesso, e godermi questa domenica pomeriggio di questo caldo agosto.

Mark Kozelek è inconfondibile. È unico. È come un amico che non ti tradisce mai. Alle prime note di "Livingstone Bramble" vengo sommerso dai ricordi. Mark parla della sua infanzia trascorsa in Ohio, io invece ripenso a quando ero bambino e papà ascoltava Neil Young. Tutto coincide, tutto odora di famiglia, di passato, di ricordi. Quelle chitarre, quella voce roca. Tutto riporta a "On The Beach", alla spiaggia su cui giocavo. In questo album non si inventa nulla di nuovo. Ci si tuffa semplicemente nelle radici del rock. In quel blues fatto di pancia, in quelle melodie folk che solo una chitarra acustica sa creare. Brani come il lento incedere di "Tavoris Cloud" o la sofferta "You Are Not Of My Blood" ricreano lo stile di ciò che in passato si suonava nel profondo sud degli Stati Uniti, a New Orleans e in Alabama. 

Più la musica va avanti e più mi sento a mio agio in questa casa. Ci sono ancora le stesse fotografie ormai ingiallite, con papà che, giovane e bello, ride con me. Ci sono ancora le conchiglie che raccoglievo da piccolo e conservavo in una scatola, fiero di averne trovate così tante. I brani di Mark Kozelek scorrono dolcemente, con personaggi inventati che si fondono alla sua vita reale, alle sue emozioni vere. Testi che potrebbero essere scene di un film con Steve McQueen o capitoli di un romanzo di Bret Easton Ellis. Quando ero bambino tutto mi sembrava così semplice, così divertente. Nulla mi ostacolava, nulla mi spaventava. Non ero consapevole che crescendo la vita si sarebbe indurita e complicata. Non immaginavo nemmeno che le persone che amavo se ne sarebbero andate per sempre, un giorno, per non tornare mai più. In "Sometimes I Can't Stop" Mark cita un suo vecchio amico, Jason Molina. Anche lui scriveva canzoni e le cantava con il cuore. Anche lui era un musicista. Anche lui metteva le emozioni nei suoi brani. È morto, dice Mark. Non gira attorno ai suoi pensieri, dice le cose come stanno e basta. Proprio come papà, che ora, invecchiato e stanco, non ha più la forza e la pazienza di girare attorno alle parole per addolcire la pillola. Dice le cose come stanno, e basta. Dice sto male. Dice sto morendo. E io, che tutti i giorni sono al suo capezzale, non posso far altro che prendergli la mano e stringerla.

Ora, seduto sull'ultimo scalino della casa che si affaccia sulla spiaggia, affondo i piedi nudi nella sabbia e osservo le altre persone che si godono quest'ultimo sprazzo di estate. Mark Kozelek mi ha sempre emozionato, mi ha sempre fatto sentire a casa con la sua musica. E anche stavolta non mi ha deluso. Ha sfornato un disco sincero, un disco toccante che a volte parla del passato e a volte inventa storie. Un disco che lascia un sapore dolce amaro in bocca, perché i ricordi sono sempre un po' dolci e un po' amari. Mark Kozelek è riuscito anche stavolta ad aprirsi a me, un ragazzo come tanti che ha bisogno di un momento di solitudine e di intimità con le proprie emozioni. È riuscito a scaldarmi il cuore come fosse il mio migliore amico, o mio fratello, o mio padre. Rientro in casa, ripiombata nel silenzio. Prendo il vinile di "On The Beach", quello che papà amava tanto, e lo metto in valigia. Sarà contento di riascoltarlo dopo tutto questo tempo, penso tra me. Gli farò sentire anche il cd di Kozelek con i Desertshore. Gli piacerà, ne sono certo. E forse, prima che sia troppo tardi, riuscirò a vedere sul suo volto un sorriso soddisfatto.

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