Mike Oldfield
Amarok

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Voto:

Eccomi, la mia prima recensione. Da cosa partire se non il mio album preferito sin dalla mia infanzia: "Amarok" ?

Quest'opera è totale. 
La recensione potrebbe finire qui per quanto mi riguarda, ma voi bramate un'analisi più approfondita, dico bene ?
E allora l'avrete.

"Sondela uSomandla sukuma wena obengezela"
(Come closer, Almighty, stand up, you who glitters)

Il contesto storico in cui si inserisce quest'opera è quello del 1990, periodo alquanto oscuro per il nostro Mike che, in rottura con la major Virgin Records, pubblicò due album alquanto deludenti: "Earth Moving" e "Heaven's Open", ma, a differenza dei precedenti, con "Amarok" si abbandona la provocazione diretta verso l'etichetta (attuata in particolar modo mediante il testo, cosa già particolare per un artista come Oldfield che del testo se n'è sempre un po' fregato) e si punta invece a sovvertire il mercato discografico con un LP-Suite da cui non può essere ricavato alcun singolo.
Con il contratto che sta per scadere e quindi la possibilità di un uscita in grande stile Mike decide di comporre quello che inizialmente è il seguito ideale di "Ommadawn", da cui oltre alla copertina richiama anche il titolo straniero (inteso come derivato da lingue non anglosassoni). L'etimologia della parola "Amarok" infatti è "Lupo" nella lingua Inuit. 
E come un lupo questo album inizia, tra voci distrote e una chitarra che infonde un suono metallico (forse una Dobro ?) con Fast Riff Intro si apre quel tema che, pur mutando, ci accompagnerà per tutto il concept.
Ancor prima che l'ascoltatore possa abituarsi la musica viene più volte interrotta, violentata tramite alcuni degni accorgimenti e effetti sonori quali bicchieri infranti e spazzolini che rumorosamente operano sui denti.
Ne è un palese esempio la chitarra elettrica che senza preavviso esplode nelle orecchie a soli 20 secondi dall'inizio e che ritornerà anche più avanti in Intro ad interrompere il dialogo interiore del protagonista (che altro non è se non lo stesso Mike) il quale ossessivamente ripete <cite>happy</cite> quasi come voglia convincersene.
La felicità viene riportata con Climax I - 12 Strings di soli 33 secondi per poi andarsi a ristabilire fino alla prima Reprise tra suoni che rimandano alle prime suite del polistrumentista. 
Scot è uno dei frammenti più onirici, quieti ma al tempo stesso maestosi mai sentiti (almeno dal sottoscritto), a cui seguono poi in un crescendo una serie di atmosfere che iniziano già a trasportarci nella dimensione multietnica del disco, nel quale, da questo punto in poi, convivono pacificamente le campagne inglesi, le sitar indiane e i ritmi africani. 
Quello che fino a questo momento poteva essere recepito come un confuso intreccio di melodie e pensieri diventa se vogliamo ancora più confuso, con strumenti che entrano solo per una o due battute spazzati via poi da un qualche rumore o da sospese frasi come <cite>WATER !</cite> o <cite>busy</cite>.
Giunti a questo punto l'immagine che inizia a formarsi nella nostra mente è quella di un uomo che condannato ad una monotona e ripetitiva vita d'ufficio tra telefoni che squillano e noia (in Lion Reprise si arriva pure a sentire sospiri e barbe grattate svogliatamente) cerca di fuggire ma ne rimane sempre più intrappolato. E l'album prosegue tutto bene o male nello stesso modo, in un tripudio di riff ripetuti e poi distrutti un attimo dopo, una follia che attanaglia la mente e la imprigiona in una dimensione del tutto astratta.

Tra una sovraincisione e l'altra si arriva quasi esterefatti alla "parte africana" che si discosta notevolmente dalle influenze Oldfieldiane fino a quel momento.
Questa lunghissima parte che occupa quasi tutta la seconda metà dell'album è decisamente più uniforme di quanto l'ha preceduta, di fatti le voci ne fanno da padrone e la cullano sino al termine.
La fuga verso un luogo libero, così come la tanto agognata libertà compositiva di Mike si assapora in ogni nota di questo viaggio ma allo stesso tempo strizza l'occhio a chi definisce un pò pretenzioso il tutto mantenendo un irrazionale linearità di base. E' talmente caotico e spezzettato da divenire compatto, in un certo senso.
Il mood iniziale viene ristabilito da Intro Waltz e Green Reprise che rimandano ai primi istanti dell'ascolto.
Africa II Boat 2 e il successivo Africa II - Bridge sono forse la parte più catchy dell'intera opera inserendo un bel groove funky alla già nota melodia di Boat
Spiazzando ogni luogo comune su Oldfield ci troviamo verso alla fine, completamente persi e frastornati, un dialogo di Janet Brown, che, impersonando Margaret Tatcher, enuncia con far regale come i finali in realtà non siano tali, in quanto il mondo ha sempre bisogno di nuovi e freschi inizi.
Infine un flauto irlandese ci accompagna dolcemente alla summa finale di tutte le melodie dell'album in Africa III-Happy, quasi evaporando dissolvendosi nel silenzio poi in Africa III-Finale, il cui titolo rimanda tra l'altro a Tubular Bells, il lavoro più famoso del maestro, il cui finale appunto aveva lo stesso scopo riepilogativo.

In sintesi:
Un incredibile tornado di note che risultano quasi impossibili imprimersi nella mente in quanto compaiono e scompaiono con velocità tale da permettere di dimenticarsele dopo pochi istanti, quasi a dimostrare che l'importante non è il percorso (in questo caso sonoro) del viaggio, ma la destinazione. In quest'ottica si può dire che questo lavoro di Mike Oldfield sia perfetto, visto come insieme riesce nell'intento di trasportare l'ascoltatore verso una dimensione di consapevolezza e grandiosità.

Questo album è il surrealismo sonoro
, è come se avessero dato una chitarra in mano a Mirò più che a Oldfield.

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