I Modena City Ramblers li scoprii da ragazzo quando suonarono in un buco non lontano dalla mia città; andai a sentirli con un amico, la sua ragazza e un'altra sua amica e a dirla tutta i Modena li conoscevo solo di nome. Ma l'estate era a corto di concerti e il biglietto non era così costoso, per cui andammo; mi divertii, certo, ma non rimasi impressionato. Comprai una spilla, ormai ammaccata, che ancora conservo, che per un po' ho tenuto allo zaino di scuola accanto a un'altra dei Judas Priest e che adesso da tempo riposa sul mio giubbotto di jeans. Ma tornando a noi (perdonatemi, sapete che amo perdermi nei ricordi), quella sera fu il mio primo concerto dei MCR e l'atmosfera era troppo fricchettona. Non ricordo quanti anni avessi di preciso, ma sono certo che non avevo ancora cominciato la fase che mi accompagnò per gli ultimi anni del liceo, mista di militanza, autocritica, dialogo, seghe mentali, fricchettoni e punk hardcore. Al concerto c'erano troppi fricchettoni ed ero troppo immaturo per non lasciare che sta cosa mi desse noia. E bòna quindi, per un po' i Modena rimasero nel cassetto.
Poi un paio d'anni dopo avevo fatto passi da gigante, ero cresciuto anche come cultura musicale, i Modena suonavano a Livorno e ci andai. Mi divertii da matti, sia perché passai la serata con i miei due migliori amici e la mia ragazza, sia perché si pogò alla grande (non è vero, qualche mese dopo andai ai Rhapsody e lì sì che mi spaccai le ossa, ma comunque anche a Livorno pogai), sia perché le pizzerie della periferia di Livorno sono qualcosa che per trovare roba simile devi andare al largo di Orione. Ma ad accomunare questi due concerti era che i Modena li conoscevo appena. Li avevo ascoltati veramente poco. Avevo bazzicato un po' le possibili scalette e fine. Poi però li recuperai a modo. E quelli che avevo visto come un gruppo di bolliti simpatici per un concerto ogni tanto mi si rivelarono un gruppo della madonna.
Ed è qua che il racconto inceppa proprio in questo disco, perché - per caso - buona parte dei pochi brani che avevo sentito dei Modena provenivano da questo disco (inoltre confesso che della discografia successiva non conosco molto). E quindi eccoci qua a parlarne. Questo disco racconta una fase dei Modena City Ramblers molto particolare, perché se il folk irlandese era stato da tempo abbandonato, questo disco abbandona anche le influenze più rock ed è ormai completamente adagiato su una terra che si intravedeva da tempo. Colpo riuscito? Non del tutto ma non da bocciare, affatto. La title-track apre le danze con il giusto tiro, ha una bella intuizione che dal vivo convince. Mi piace molto anche "El Presidente", che azzecca il testo e aumenta la componente sudamericana che non era assolutamente nuova per il gruppo. Mi piacerebbe potermi permettere di affossare la malinconica "Ramblers Blues", ma mi tocca ammettere che una certa idea di fondo non è male e, anche se non fa certo saltare dalla sedia, come pezzo può andare. Si torna alla carica con la battagliera "I cento passi"; un brano indicativo. Lasciamo da parte il testo, degno di lode per l'intenzione ma non granché quanto a qualità. È un pezzo folk per il grande pubblico. Un ritorno facilone all'Irish folk che non rappresenta veramente l'essenza folk di gruppi come i Pogues. Brano negativo quindi? No, signori miei, grande brano, perché era azzeccato; perché può veramente essere il punto zero della passione per il folk di qualche studentello. E dico anzi: peccato che brani così non abbondino. Da segnalare la parte di batteria rubata ai Clash. Funziona bene anche la successiva "Mira Nino", per poi andare a sbattere in "Ebano". Francamente, la trovo sopravvalutata; belle atmosfere okay, ma un po' noiosetta. Le ballate, quelle belle, sono un'altra cosa. Poi oh non fa mica schifo, ma non sbilanciamoci. Simpatica "Stelle sul Mare" e veramente evitabile "Lontano". La fugace "Al Fiòmm" trova le giuste idee e lascia spazio alla cover di "Il testamento di Tito". Non il mio brano preferito di de Andrè ma sicuramente una cover riuscita. Non molto saporita "Altri Mondi" per poi chiudere senza scossoni. Un disco con più di un filler, che brucia subito le sue cartucce migliori e che non rappresenta il migliore capitolo dei Modena City Ramblers. Eppure è un disco che fa da colonna in una certa fase di questo gruppo. E alcuni brani sono veramente tra i migliori - o comunque tra i più famosi - dei modenesi. Il suono è profondamente impostato verso il pop, pop-rock, tranquillo, senza up-tempo, con impianti da canzone per il grande pubblico.
Passarono i mesi da quel concerto a Livorno, e i Modena erano lì. E sul giubbotto avevo una toppa nera con una scritta rossa: "MCR - IN UN GIORNO DI PIOGGIA/HO IMPARATO AD AMARTI". Poi, verdi, una bomba, un trifoglio e una triquetra. Era lì che stavano i miei Modena, il mio faro tra i collettivi e le manifestazioni. A destra di una toppa con un teschio rosso e bianco, i Banda del Rione; sopra una toppa grande tutta la schiena degli Iron Maiden. Perché se il punk e il metal erano il mio modo di dire fanculo, se erano quelli in cui mi sfogavo quando avrei voluto picchiare la gente che invece dovevo chiamare "compagni", beh, i Modena erano il punto in comune. Sì, è vero, quella gente che incontravi ai concerti delle scuole non sapeva neanche chi fossero i Pogues né conoscevano pezzi come "Quarant'anni", ma non importa. Non in questo senso. I Modena erano quelli tramite cui dicevo "Compagni, non siamo poi così diversi". Ed era fantastico che potevo dirlo tramite una musica che mi piaceva per davvero. Perché al compleanno di quella ragazza di collettivo a cui ero stato invitando, in cassa mica io e il mio amico potevamo mettere gli Area. Ma neanche "Tant par tachèr". Chi cazzo la conosce "Tant par tachèr"? Non sempre il folk dei folletti va bene; anzi, in quelle serate tra locandine di concerti, fumo di drummini, bestemmie come se piovessero, gente coi capelli colorati, il folk del folletto ci stava proprio come i cavoli a merenda. E cosa mettiamo? Siete punk? Ah, no...? Uhm, niente Erode, ska allora? Ma no dai, "I Cento passi" andrà benissimo. E che "I Cento passi" fosse. Quindi ecco, questo disco un suo significato ce l'ha, perché andava proprio a inserirsi come anello di congiuzione tra la generazione che aveva amato i Pogues e quella che i Pogues non li conosceva nemmeno. È vero, il disco non è un capolavoro, però 'sto compito non è da poco.
La convinzione politica qua inizia a farsi un pochino scontata, il gruppo ormai ha una faccia in questo senso e non può fare finta di no. Ma alla fine, mi viene da pensare, nel pogo a quanti interessa il testo della canzone?
E quindi, se volete abbracciare una versione non molto energica dei Modena, una versione che purga con grandi dosi pop il suo folk ma che nel complesso funziona non negatevi questo disco. Il resto lo faranno i ricordi.
"Un vento che passa e che non tornerà mai, corre veloce senza esitare, non guarda indietro il tempo che se ne va". Voto: 74/100.
‘‘Viva La Vida Muera La Muerte’’ sembra ritrovare l’anima incazzata, preoccupata, ma contemporaneamente gioiosa e spiritosa dei MCR.
‘‘Ebano’’ e ‘‘Stelle Sul Mare’’ creano atmosfere di speranza amara e malinconia, portando aria fresca ai vecchi fan.