Dal primo accordo, Zarathustra ti avvolge con una potenza che pochi album prog italiani possono vantare. Ogni volta che lo riascolto ho la stessa sensazione: questo album funziona ancora perché è stato pensato in grande, senza compromessi.
L’album si apre con la suite omonima, un’epica di cinque movimenti lunga più di 20 minuti. Il soundscape sale lentamente dal nulla e, dopo circa 90 secondi, esplode nelle orecchie dell’ascoltatore. È uno dei più impressionanti inizi della scena prog italiana anni ’70 e molti lo considerano il miglior album prog italiano di quell’epoca. L’attacco da solo basta a spiegare perché Zarathustra abbia acquisito, col tempo, uno status di culto così solido. Da lì in avanti la suite procede compatta, senza cedimenti, con una tensione che non si disperde mai.
Il cuore del disco è nelle tastiere. Hammond e Farfisa costruiscono un suono pieno e deciso, mentre il Mellotron è usato in modo abbondante, quasi sfacciato, ma sempre efficace. È uno di quegli album fatti apposta per chi ama i suoni vintage e l’impatto fisico del prog sinfonico. La sezione ritmica è potente e presente, la chitarra interviene senza virtuosismi inutili, sempre al servizio dell’insieme. Tutto suona compatto, coerente, mai decorativo.
Anche i brani più brevi mantengono lo stesso livello qualitativo della suite principale. Non danno mai l’impressione di essere riempitivi o semplici intermezzi, ma contribuiscono a rafforzare il carattere serio e teso dell’album. Il concept è ispirato a Così parlò Zarathustra di Nietzsche: il disco respira tensione, ricerca e monumentalità, senza mai alleggerire la presa sull’ascoltatore. Nietzsche fu ammirato anche da chi aveva posizioni di estrema destra, e questo contribuì a creare malintesi e fraintendimenti sul gruppo, impedendo a Museo Rosenbach di ricevere l’attenzione che meritava — anche se le vere posizioni politiche della band restano oscure.
Le polemiche legate alla copertina — un collage dove si scorge il busto di Mussolini — hanno ulteriormente complicato la ricezione dell’album alla sua uscita. Oggi risultano quasi marginali rispetto alla forza della musica, che si impone per quello che è realmente: un lavoro potente, coerente dall’inizio alla fine, privo di momenti deboli.
Oggi Zarathustra è considerato un classico non solo del prog italiano, ma del progressive in senso più ampio. È uno di quei titoli che circolano da anni tra gli appassionati più esigenti, accanto ad altri album di culto come Ys, Metamorfosi o Biglietto per l’Inferno. Non è un caso se Zarathustra ha continuato a vivere ben oltre la sua epoca: basti pensare a Il Tempio delle Clessidre, gruppo prog genovese che ha preso il nome proprio da una sezione della suite dei Museo Rosenbach. Un omaggio esplicito, suggellato dal fatto che nel loro primo album alla voce ci fosse Stefano “Lupo” Galifi, la stessa voce storica di Zarathustra. Segno di un’eredità che non si è mai davvero interrotta.Per quanto mi riguarda, è uno di quei dischi che consiglio sempre senza esitazioni: non è immediato, non è accomodante, ma ripaga ogni ascolto.
Un disco che ti prende dall’inizio alla fine e ti ricorda perché il prog italiano è diventato leggenda
Elenco tracce testi e video
01 Zarathustra a)L'ultimo Uomo b)Il Re Di Ieri c)Al Di La' Del Bene E Del Male d)Superuomo e)Il Tempo Delle Clessidre (20:49)
03 Della Natura (08:30)
Cade quiete sulla notte, vergine nel proprio manto.
Tace il mondo e in lui rivive l'ansia e la paura che il silenzio con il suo vuoto riaccende, sospetto ed infido nel buio.
Il terrore, gravido com’è di magia fa tornare nella mente il volto della morte.
Vivo invece solo in questa realtà che forte pulsa nella corsa di una stella certa di poter tramontare e in un mare di fontane stanche, nella pace.
Credo e sento: questa è la libertà, un fiume, il vento e questa vita.
Il silenzio è il canto della vera poesia. Un bimbo nasce questa notte: sono io.
I miei occhi sono stanchi, sento ormai che dormirò. L’alba nasce dalla quiete, vergine nel proprio manto, vive e freme già.
04 Dell'eterno Ritorno (06:17)
Strani presagi accendono dubbi mai posti! Lego il mio nome alla vita, alla morte, alla gloria?
Purtroppo è destino che io non riceva alcuna risposta, se credo veramente in me.
Vita mi chiedi se io ti ho servita fedele; di fronte alla morte non ho reclinato mai il capo.
Nemmeno per gloria ho reso sprezzante o altero il mio viso.
Ho chiuso degnamente un giorno.
Ma in questo spazio in cui tramonto un altro giorno rinascerà
e Zarathustra potrà trovare le stesse cose qui.
Ma per quante volte ancora lo stesso sole mi scalderà?
Ma per quante notti ancora la stessa luna io canterò?
Non posso più cercare una via poiché la stessa ricalcherò.
Muoio, senza sperare che poi qualcosa nasca qualcosa cambi.
Ormai il mio futuro è già là, la strada che conoscerò porta dove l’uomo si ferma
e dove regna il Ritorno Eterno.
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Altre recensioni
Di mayhem
Aprite il cuore e le orecchie… un disco dai toni epici, quasi wagneriani.
Frasi come "vivo il superuomo" vennero tacciate (senza giusta causa) di apologia di nazismo, ma il gruppo ha sempre dichiarato la propria estraneità dalla politica.