Copertina di My Dying Bride Evinta
Hell

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Per appassionati di metal gotico, fan di my dying bride, ascoltatori di musica sperimentale e sinfonica, critici musicali e amanti delle recensioni approfondite.
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LA RECENSIONE

Che cosa ci si poteva aspettare dopo il piagnucoloso, ammosciante "For Lies I Sire"? La deriva artistica era ormai evidente, e quelle che all'inizio si potevano chiamare coerenza e fedeltà verso il proprio pubblico e la propria musica si sono in breve trasformate in un piattume all'insegna del riciclaggio, dell'autoscimmiottamento e dei luoghi comuni. "Evinta" è la continuazione e conclusione ideale di questo discorso: giunti ad un punto di stallo, i My Dying Bride decidono di celebrare in tutto sfarzo la propria carriera ventennale (nonché la propria penuria di idee) riproponendo alcuni loro grandi classici in chiave sinfonico-neoclassica; scelta prevedibile quanto il risultato stesso.

"Evinta" è un'opera colossale, ridondante, autocompiaciuta, ambiziosa, troppo ambiziosa. È una brodaglia gotica che si protrae mestamente nei suoi 87 minuti (per chi invece deciderà di acquistare la deluxe edition con incluso un terzo cd, oltre due ore) di interminabili suite lacrimevoli, stille di sangue, cimiteri nebbiosi, amanti perduti, cattedrali tenebrose, inglese shakespeariano, overdose da saccarina e lamette. E poco importa dell'eleganza e della raffinatezza che i brani trasudano; ancor meno importa se questi sono nobilitati dai più celebri motif della Sposa, che non sto neanche ad elencare. La sostanza, in "Evinta", manca del tutto. L'ispirazione si risolve in pura vanità sonora.

D'altra parte, neppure ci si deve allarmare più di tanto: ogni artista nasce, cresce, matura, vive il suo percorso con alti e bassi, infine si spegne e "muore". È fisiologico, è normale, e come tale bisogna accettarlo. A questo punto c'è solo da sperare che la Sposa, ormai più morta che moribonda, si astenga in futuro dall'esibire pure il suo avvenente rigor mortis.

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Riassunto del Bot

Evinta dei My Dying Bride è un ambizioso ma ridondante album sinfonico-neoclassico che ripropone i classici della band in un modo prevedibile e privo di ispirazione. L'opera, lunga e carica di atmosfere gotiche, risulta vana e autoreferenziale, segnando una fase di stallo e declino creativo per la band. La recensione invita a riconoscere il naturale ciclo di vita artistico, auspicando un futuro lontano da questa forma di autocelebrazione.

Tracce

01   In Your Dark Pavilion (10:03)

02   You Are Not the One Who Loves Me (06:47)

03   Of Lilies Bent With Tears (07:10)

04   The Distance, Busy With Shadows (10:46)

05   Of Sorry Eyes in March (10:34)

My Dying Bride

My Dying Bride è una storica band doom/gothic metal inglese nata nel 1990 a Halifax, nota per le sue atmosfere cupe, i testi decadenti e il caratteristico uso di violino e voce versatile di Aaron Stainthorpe. Considerata tra i pilastri del death-doom britannico, ha influenzato la scena mondiale con capolavori negli anni ’90 e un percorso artistico che alterna fedeltà alle origini e sperimentazioni malinconiche.
28 Recensioni