Copertina di Neon Pearl Neon Pearl
Dragonstar

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Per appassionati di psych rock vintage, cultore della musica underground britannica, fan della scena folk e psichedelica anni '60, collezionisti di album rari
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LA RECENSIONE

Riemersi nel 2001, grazie alla magnanimità (ed alla perizia) di Acme Records, i Neon Pearl sono rimasti per lungo tempo ammassati nei sommersi cantucci dell’underground brittanico e non. Si tratta della primissima esperienza discografica di Peter Dunton, Bernard Jinks e Nick Spenser, alias i futuri Please (o meglio gl’imminenti Please, dacché questo disco, venne registrato almeno un anno prima di formare la nuova band).

Registrato in studio alla fine del 1967 (siamo in pieno avvento psych rock), il gruppo non riuscì mai a trovare un contratto discografico, sciagura che condannò il loro prodotto a ben trentaquattro anni di stasi, prima che una piccola etichetta si occupasse finalmente del materiale a lungo trascurato. Questo ritardo potrebbe far pensare ad una pigra pubblicazione nostalgica per i soli patiti del genere; ma non è del tutto vero.

Certo, ad esser coerenti, qualche difettuccio c’è l’ha anche Neon Pearl, com’è riscontrabile in tutte le opere artistiche di questo mondo. Secondo chi scrive, l’unico importante difetto di questo lavoro risiede in qualche momento di piattezza sonora, sparso nei meandri della tracklist; ma è innegabile che qualche altro esaminatore – più o meno preparato – potrebbe anche cogliere la produzione scadente e soprattutto il limitato tecnicismo della band in fase esecutiva. Si tratta però di mancanze ampiamente giustificabili, al punto da diventare dei veri e propri pregi, se esaminati con la “giusta ottica”. Vediamo perché.

Il mood di Neon Pearl è permeato da un notturno e soave onirismo, da una cosmica e desolata pace. Complice l’estatica e quieta allucinazione sprigionata dalle corde vocali di Dunton, unita alla malinconica serenità dei suoi inserti di tastiera, e soprattutto dal pacato e visionario intruglio elettroacustico conferito dall’incisivo guitarwork. Alle spalle di questi strumenti, risuona una semplice ma efficace sessione ritmica, che costituisce il nocciolo della questione introdotta poc’anzi; se da un lato, infatti, i tonanti e grevi suoni di basso e batteria offuscano parzialmente la nitidezza sonora, dall’altro conferiscono più incanto al clima dell’opera. Ce ne accorgiamo già dalle primissime note: What You See è la maestosa e blanda opener di questo disco, dove il basso soffocato e tonante di Bernard Jinks sembra sussultare dai più remoti meandri della galassia, mentre Dunton si lascia andare ad uno scarno e incisivo mid tempo – battuto prevalentemente dalla grancassa – nel quale s’insinueranno a poco a poco i soavi riff di Spencer.

Le successive Dream Scream e Out of Sight, continuano sulla stessa falsariga, svelando così il lato più psych dell’intero lavoro. Ogni tanto spuntano anche le tastiere, ad ornare con un filo di brio – senza però esagerare – l’atmosfera mesta e notturna emanata dal trio inglese. Dunton continua a toccare delicatamente i piatti, piuttosto che sfogarsi violentemente sui tom tom, ornando perciò con maestria e buon gusto la quiete onirica che continua a solleticare le orecchie dell’ascoltatore. Qualche richiamo “folkeggiante” nella parte centrale del disco: Just Another Day e Forever costituiscono la prova fisica di tutto ciò. Ovviamente il clima è meno fiabesco e più crepuscolare rispetto a quanto offerto dalle maggiori folk band britanniche dell’epoca. Della stessa intenzione anche Urban Ways, poetica e decadente quanto basta per diventare il picco artistico del disco. Going Back chiuderà poi le danze, mostrandosi come un pezzo stranamente cantautorale (solo voce e chitarra acustica).

Nel 2004 è uscita una "nuova" edizione del disco, con artwork alternativo, più due – marginali ma decenti – nuovi brani, in veste di bonus tracks. Dream, strizza l’occhio ai Beatles più psichedelici, mentre la più vivace Nothing to Say, pone in prima linea le tastiere, diventando di fatto una curiosa e acerba anteprima di quello che la band offrirà con Please, il disco della resurrezione, della maturità e della “fiducia nei propri mezzi”. Ciò non toglie che questo Neon Pearl sia tuttora il degno e coraggioso proemio di una straordinaria carriera musicale.

Promossi.

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Riassunto del Bot

Neon Pearl è un album psych rock del 1967, rimasto nascosto per 34 anni finché ristampato da Acme Records. Pur con qualche difetto tecnico, l'opera sprigiona un'atmosfera onirica e malinconica, impreziosita da un'elegante miscela di folk e psichedelia. Il disco rappresenta la prima esperienza di Peter Dunton e soci, anticipando il loro futuro come band Please. La recensione ne sottolinea il valore storico e la musicalità affascinante, promuovendolo come un proemio coraggioso.

Tracce video

01   Forever (05:22)

02   Dream (02:23)

03   Just Another Day (03:50)

04   Dream Scream (04:24)

05   Urban Ways (04:03)

06   What You See (04:58)

07   Nothing to Say (01:55)

08   Going Back (04:07)

09   Out of Sight (06:59)

10   Going With the Flow (05:40)

Neon Pearl

Trio inglese composto da Peter Dunton, Bernard Jinks e Nick Spenser. Hanno registrato il loro album alla fine del 1967; il disco rimase inedito fino alla pubblicazione del 2001 da parte di Acme Records. Nel 2004 uscì una nuova edizione con due brani bonus.
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