Quella notte, quella maledettissima notte volevo che finisse tutto. Non guardare più in faccia a nessuno, nè al dolore, nè a me stesso.
C'era un'aria tesa lì, tranquilla ma tesa, tesa e soffocante e sottile; c'era una porta aperta -no era socchiusa, abbastanza da lasciar filtrare la timida luce arancione di un abat-jour e i lamenti di un pianto, così piccolo e sommesso, e solo come un bambino.
C'era una donna in quella stanza. Immersa nella penombra stava china, e non parlava. Lui non c'era.
Qualche singhiozzo rompeva un silenzio di angoscia distillata. Tutto fermo.
Deglutii. Mi mossi nel letto. Le coperte erano diventate improvvisamente pesanti, opprimenti. Non respiravo. Forse era la fine, se tutto avesse mai avuto veramente un inizio. Avevo la mandibola serrata; sempre di più; e ancora; ancora più forte, più stretta, sì così. I denti mi facevano male. Schricchiolavano. Digrignavo l'anima, trattenuta a stento in gola come un colpo di cannone. Lurido e accartocciato ero, spazzatura. Merda.
Le gengive sanguinanti. Le lacrime. L'amaro. Lo strazio soffocato. Il silenzio tremante.
Camminai barcollai incespicai, dove stavo andando? Mi appoggiavo al muro, il sapore del sangue e delle lacrime era orribile, scivolava giù per la gola, serpente disgraziato. Muori come un cane. Fai silenzio, silenzio, non gridare, non deve sentirti.
Il corridoio era completamente buio, eccetto per lo spiraglio di luce fioca che usciva dalla stanza dei singhiozzi. Ci passai davanti. Intravidi di spalle, tra le torbide lacrime, la sua sagoma un po' grassoccia e minuta. Mi girava la testa, tossii, sputai qualcosa di viscido, ma non ci feci caso, arrancai verso il bagno.
Guardai allo specchio, e vidi solo un povero imbecille che cercava uno straccio di compassione. Il riflesso accennò un sorriso bieco e sofferto. Il viso era rosa e tondo come una luna, una luna sfregiata e spaventata e sconvolta, la bocca un fiume rosso vivo, gli occhi due grigie pozzanghere dimenticate da Dio.
Rumore di vetro infranto. Un attimo di fredda cacofonia e tintinnii baluginanti.
Qualche rantolo. Poi tutto si spense.
Quella notte, quella maledettissima notte volevo che finisse tutto. Non guardare più in faccia a nessuno, nè al dolore, nè a me stesso. Nè al dolore, nè a me stesso.
Per capire certa roba bisogna viverla. Non basta ascoltarla.
Ascolto Pink Moon e compio un viaggio al termine della mia piccola notte.
La voce di Nick mi è penetrata nel cuore fino a toccare le corde più profonde dell'animo.
Questo disco ha reso la mia vita meno banale, meno piatta e grigia.
"Pink Moon è la storia di una sconfitta ma anche rappresenta una vittoria."
"In ultimo la vita ti passi davanti come un film, e si possa guardare con affetto ma con distacco."
Le lacrime sono il sangue dell’anima.
La pressione sale, l’equilibrio vacilla, gli occhi che nuotano nel buio illuminato da fari stanchi.
Nick Drake è il tizzone quasi spento che brucia nel carbone di un camino, ma che non si spegnerà mai del tutto.
Pink Moon è proprio come una triste telefonata, che ti entra dentro e che ti inietta una forma di malinconia profonda.