Questo album è la conferma che il nostro stimato Trent Reznor in realtà è sempre stato uno scrittore di pop music mascherato.
Resta un musicista di grandissima caratura, degno delle pagine più alte del rock, ma ascoltando questo disco, per non dire il precedente "With Teeth", si ha la netta percezione che Reznor abbia fatto di tutto per renderlo radio frendly in numerosi passaggi, gonfiando e pompando il suono a dismisura e vestendolo di innumerevoli glitch e sferragliate.
L'album purtroppo promette molto bene all'inizio: la cavalcata noise "Hyperpower" ti fa sperare ad un ritorno alle sonorità di 'Broken', invece già al secondo brano "The Beginning of The End" tutto rientra in quel panorama di rock da fm che già aveva fatto disperare i più per la direzione incauta prese dall'artista.
Trent Reznor resta un autore di grandi canzoni dall'appeal immediato, che ti catturano sia per la semplicità di scrittura che per il barocchismo degli arrangiamenti e dei suoni ricercati, ma davanti a pochezze come "Capital g", dove Reznor gioca a rappare su un beat a dir poco ripetitivo portando al nulla un brano inconsistente, viene davvero da chiedersi dove sia finito l'autore di "March of The Pigs" o "Closer". Il singolo "Survivalism" è un pezzone innocuo che vorrebbe trasudare energia e "angst" ma lascia abbastanza indifferenti già al secondo ascolto.
E' cosa buona e giusta crescere e storicizzare i propri demoni, così come maturare il proprio suono in una direzione più adulta e consapevole, ma nel nostro eroe non c'è mai stata una virata azzardata verso suoni radicalmente "diversi"; sotto sotto Reznor ha continuato a proporre la stessa materia di "Pretty Hate Machine" dotandola di un abbigliamento al passo coi tempi, ma non tradendo l'idea originale. Certo che "Zero Sum" o "In This Twilight" ti stupiscono per come la voce sorge dal vortice di rumori infiniti, per la fantasia nel mixare elementi così eterogenei; ma tutto finisce troppo in fretta e in pochi minuti la canzone diventa già un ricordo sbiadito, incapace di lasciare un segno indelebile nelle emozioni.
Rimango un grande affezionato del progetto Nine Inch Nails e credo che aggiungerò anche questo album alla mia collezione, consapevole di nutrire un artista già ricco che ha perso per strada la vena malata e creativa che ce lo ha fatto amare.
Trent Reznor con 'Year Zero' si è avventurato in un mondo nuovo, quello delle melodie, con un approccio più orecchiabile ma non meno cattivo.
Forse siamo di fronte a un polistrumentista-genio che ha deciso a 40 anni di gettare la maschera e far conoscere una parte della sua anima fino ad oggi nascosta.
"Un disco come 'Year Zero' è un'opera scopertamente politica e diretta, ma capace di superare i limiti di ciò che viene dichiarato nei suoni e nei testi."
"L'assolutezza di questa musica è tale da condurre l'ascoltatore verso un'interpretazione più vasta di ciò che gli verrebbe suggerito in apparenza."
Finalmente ho trovato il degno successore di The Downward Spiral.
Un rock-pop-industrial da ascolto in cravatta, mentre ripensate alle vostre scorribande giovanili.