Copertina di Pierangelo Bertoli Eppure soffia
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Per appassionati di musica d'autore italiana, nostalgici degli anni '70, curiosi di storia sociale, fan del cantautorato impegnato.
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LA RECENSIONE

EPPURE SOFFIA (1976) 6,5/10

Nel momento in cui scrivo su Debaser vi sono 49431 recensioni e nemmeno una di questo disco. Vergogna. (si scherza, eh). Ma Bertoli, da quel che vedo, “tira” poco sul sito, però a me ricorda mia zia (che è ancora viva): io chi fosse Bertoli nemmeno lo sapevo fino a 20 anni (lui già non c'era più) perchè in casa non giravano dischi suoi (c'erano De André, Battisti, Dalla, Guccini, i Pink Floyd, i Rolling Stones, Dylan) e ve lo vedete voi un pischello di quell'età nel 2004 ad ascoltare Bertoli? Musica house a palla, altro che cantautori. Poi mia zia mi dice che lei non aveva perso un concerto di Bertoli a Milano, li aveva visti tutti, e tira fuori da uno scaffale ammuffito tutti i 33 giri dell'artista modenese. Caspiterina, e chi sarà mai questo Bertoli? Li ascolto, mi dicono poco, ma alcune cose mi piacciono. Lo riascolterò una decina d'anni dopo: a 30 anni cominciò a piacermi.

Eppure soffia” non è un capolavoro, accanto a pezzi bellissimi ce ne sono alcuni di second'ordine. E' il 1976: Guccini esce con un disco in cui “svela” il suo indirizzo (che a Bologna e dintorni era un po' il segreto di Pulcinella), Bertoli esagera e mette in copertina la propria carta d'identità. Altri tempi, ma d'altronde mica c'era Google Maps. Con l'aiuto della conterranea Caterina Caselli prende 3 brani dal precedente LP (il suo primo) e ne incide altri 9 nuovi nuovi. Ora. Bertoli è stato un artista di grandi canzoni sentimentali ma soprattutto è stato un artista politicamente impegnato connotato a sinistra (fu operaio prima di diventare cantautore), meno regale di De Gregori, meno colto di Guccini, meno “musicale” di Lolli: più terrigno diciamo. Uno del popolo, si direbbe oggi enfaticamente, uno che diceva le cose pane al pane, vino al vino senza girarci troppo attorno, senza troppe metafore od ermetismi di difficile interpretazione (Bertoli non avrebbe mai potuto scrivere “Informazioni di Vincent”, ma d'altro canto nemmeno De Gregori avrebbe mai potuto scrivere “Eppure soffia”). Chiaramente anche questo disco non è da meno, e per capirlo fino in fondo bisogna “immergersi” nella realtà politica italiana del 1976 (o semplicemente esserci stati): un'Italia spostata a sinistra ad un passo (senza saperlo) dalla stagione dei cosiddetti anni di piombo. E quindi lotte sindacali, scioperi, picchetti, ed il compromesso storico. Solo che c'è un piccolo problema: di queste 12 canzoni quella che a me piace di più (e credo sia una delle canzoni più belle della musica italiana) è “Sera di Gallipoli” che è l'unica non scritta da Bertoli (né parole, né musica). Sono in difficoltà: parlare bene di un album oggettivamente più che dignitoso ed esaltare l'unica canzone non firmata dall'autore e, perdipiù, per nulla politica. La leggerezza, pronta a spezzarsi ad ogni istante, dei rapporti umani, così fragili ed evanescenti e l'inesorabile tempo che passa sono alla base di un brano clamorosamente suggestivo e musicalmente affascinante (“...le spalle curve ce ne andremo in cerca della Luna”).

La title-track (che avrebbe dovuto, in origine, chiamarsi “Mario Bruno” ed avrebbe dovuto avere un testo molto più politico) risale ai tempi della militanza di Bertoli nel Canzoniere del Vento Rosso. Fu il suo primo, seppur timido, successo: fecero breccia le parole schiette (e spesso “pesanti” della canzone: “...i crimini contro la vita li chiamano errori”: suona oggi più vera rispetto al 1976!) ed a quella fantastica coppia di chitarre che contrappunta tutto il brano. Coverizzata dagli Stadio e da Angelo Branduardi, è una delle poche canzoni ecologiste (ma non è solo quello) bellissime fatte in Italia, dove eravamo ancora fermi al ragazzo della via Gluck di 11 anni prima (non conto le boiate di Celentano come “Un albero di trenta piani” od affini perchè proprio anche no, dai).

Valgono una menzione anche “E' nato si dice”; il country di “Povera Mary” (storia tristissima, pari solo alle vicende della povera Stefania di gucciniana memoria) e, soprattutto, “Racconta una storia d'amore” che è, quest'ultima, un po' il suo manifesto. In un'epoca in cui gli artisti di sinistra venivano contestati perchè troppo lontani (od insensibili, a detta dei contestatori) alla causa politica e civile, Bertoli irride tutti quelli che nascondono di raccontare le miserie del mondo e si rifugiano nella più vieta, e classica, canzone d'amore. Dal precedente album pesca anche la rabbiosa “Non vinceranno”, ma le altre canzoni (compresi i due episodi in dialetto modenese) mi sembrano deboli, detto che due brani come la title-track e “Sera di Gallipoli” basterebbero ed avanzerebbero.

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Riassunto del Bot

La recensione affronta con autoironia e onestà il percorso personale dell'autore verso l'apprezzamento di 'Eppure soffia' di Bertoli. L'album non è privo di difetti, ma contiene tracce di spicco come 'Sera di Gallipoli' e la title-track. Bertoli emerge come cantautore schietto e popolare, politicamente impegnato. L'analisi si sofferma anche sul contesto storico e su quanto alcune canzoni restino attuali.

Tracce video

01   Eppure soffia (02:48)

02   C'era un tempo (04:04)

03   La bala (03:04)

04   Sera di Gallipoli (04:47)

05   Non vincono (04:03)

06   Cristalli di memoria (03:04)

07   Per dirti t'amo (03:03)

08   Racconta una storia d'amore (04:21)

09   Prega Crèst (03:34)

10   Povera Mary (04:53)

11   È nato si dice (02:56)

12   Due occhi blu (02:57)

Pierangelo Bertoli


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