Pietro Marcello
Martin Eden

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Giovane aquila affamata di tutto, epperò irrimediabilmente selvaggia, acerba. Furiosa e non sempre lucida, vorace di parole come di pane. Questo è Martin Eden, questo è il regista Pietro Marcello, e questo sono i tanti sciamannati del mondo che pensano, sognano di colmare una distanza sociale attraverso le parole d'un romanzo.

Alla fine Martin Eden - pur ottenendo il successo (come rivelano i primi istanti di pellicola) - resta un marinaio, un disperato, un bifolco che non potrà mai sedersi nei salotti bene sentendosi a suo agio. L'ambizione di “diventare come voi, parlare come voi, pensare come voi” (della nobiltà partenopea, o di qualsiasi città del mondo) con il successo diventa rifiuto. Con il successo, Martin Eden non ha più nulla da dire, il suo fuoco s'è spento perché ora vede quella differenza ribaltata.

È l'aristocratica Elena Orsini a elemosinare il suo amore, adesso. Eppure lui non può più amarla, perché lui resta un marinaio disperato e per amare lo scrittore di successo, Elena avrebbe dovuto amare prima il marinaio che sbraitava a cena parlando di socialismo e individualismo. Ora continua a sbraitare, ma nelle aule universitarie, e questo piace a tutti, le stesse parole troppo crude e severe che prima tutti gli dicevano invendibili. Martin Eden è il dramma della coerenza in un mondo che muta e si ribalta. È, se vogliamo, l'immutabile scostumatezza di un popolano, che resta sempre uguale a se stesso. Miserabile anche nel delirio del trionfo.

Impressiona la cura che il regista (che non conoscevo prima, ma il cui curriculum appare perfetto per tale esito) pone in questo lavoro. Lui è proprio come Martin Eden, furiosamente sincero, tracotante, megalomane e ingenuo. Fa il regista consumato pur essendo al secondo lungometraggio, come Eden ha la sfrontatezza di proporci un “romanzone”, un malloppone che tratta dei massimi sistemi, che vuole dare una lettura e un senso al mondo e a un'iperbole sociale paradigmatica come quella di Eden (e degli infiniti suoi omologhi), e infine esibirne le contraddizioni implicite.

Sembra farlo con cura, anzi lo fa sicuramente con cura per gran parte del film. Merito anche dell'aiuto di Maurizio Braucci alla sceneggiatura. Uno che ha scritto tra le cose migliori uscite dal cinema italiano negli ultimi anni, e il pastiche linguistico che rigurgita la pellicola è impressionante. Napoletano, siciliano, francese, italiano dotto, italiano volgare. Mezzo e mezzo. La lingua descrive il mondo, segna il percorso di emancipazione un pezzo alla volta.

Ciò che impressiona di più è la caratura della visione estetica del regista. Inquadrature che sono quadri, con la filigrana che cambia, con i loro veli, i loro diaframmi, le decorazioni. Pitture sgranate o limpidissime, c'è una poesia dell'immagine che appare troppo ricca per un “giovane” al secondo film. Sembra quasi un bigino di uno che ha studiato ieri la storia del cinema e vuole farsi notare. Proprio come Martin Eden. È un lavoro troppo gigantesco per restituire in trasparenza la cifra autentica del suo autore, è un monumento troppo denso per essere penetrato. Bisognerà aspettare (con gioia) i prossimi lavori per capire chi è Pietro Marcello.

E tutto questo quando basterebbe la faccia di Marinelli a fare il film, anzi, quei due occhioni a palla, tanto dolci e tanto furibondi. Ma in più c'è tutta l'estetica, la lingua, la filosofia, la politica, la strada e i palazzi. Troppa roba, ne bastava la metà.

Ne bastava la metà soprattutto perché il finale tende a lasciare incompiute alcune piste, come se fossero solo esibizioni di bravura come quando Martin dà in escandescenze, preferendo concentrarsi sull'esistenzialismo del protagonista e sulla sua rivalsa, che rivalsa non è ma tortura auto-inflitta. Come un regista che fa un film del genere e si proietta avanti dieci, quindi anni, già saturo, devastato, catatonico sull'ottomana.

Questo film e la sua bellezza portano in seno la loro stessa nemesi finale.

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