Sembra quasi incredibile che nessuno abbia ancora parlato di questa vecchia raccolta floydiana. Certo la discografia ufficiale offre molti più spunti di discussione, ma è anche da questi archivi di singoli e brani sparsi degli esordi che si evincono motivazioni ed evoluzioni di artisti di tale peso storico e culturale.
"Masters of Rock" - pubblicato nel 1974 già con la dicitura Vol. 1 - è un vinile relativamente conosciuto che non ebbe però il successo di "Relics"; vuoi perchè contenente tracce già note di "The Piper at the Gates of Dawn", vuoi per una confezione meno accattivante, vuoi perchè edito in una fase in cui la band era andata ben oltre i presupposti di quelle primissime composizioni. A mio avviso, infatti, il pubblico di quel periodo era troppo concentrato sul clamoroso successo di "Dark Side" e su quel tipo di sound per avere uno stimolo a pescare in un passato troppo recente. I gusti erano rapidamente cambiati, la psichedelia seminale britannica era appena morta e l'eredita barrettiana non era ancora vissuta con i contorni di una sacrale esegesi.
Dunque, "Masters of Rock" è rimasto un lavoro di catalogazione minore che solo gli appassionati più radicali hanno consumato sul giradischi.
La titletrack è peraltro molto interessante. A parte i singoli primevi "Arnold Layne" e "See Emily Play", a parte "Julia Dream" e "Paint Box" comparsi nel succitato "Relics", ci sono "Candy and a current bun", "Apples and oranges" e "It would be so nice": canzoni anche queste primeve che costituiscono l'ossatura dell'esordio discografico e testimoniano una fase di crescita in cui le pressioni dei produttori scavalcavano la reale ispirazione dei musicisti. Non è un mistero che questi tre pezzi non ebbero il riscontro sperato e che oggi fanno parte di un bagaglio di curiosità transitorie dal sapore un po' beatlesiano e sicuramente barrettiano. Da questo punto di vista, per l'appunto, sono più interessanti sul piano gestionale che su quello strettamente artistico. I Floyd di "Apples and oranges" si stavano sforzando di non perdere il passo e di mantenere alta la soglia di attenzione del pubblico. A detta degli stessi Mason e Waters, le ballad semi-psichedeliche di quel periodo avevano una valenza musicale inferiore a certe composizioni comparse sull'album d'esordio.
Composizioni che, come detto, fanno capolino anche in "Masters of Rock" e si pongono in qualche modo come metro di paragone stilistico; tra l'altro evocando le atmosfere più fiabesche e orientaleggianti dell'epoca Barrett, atmosfere fortemente assenti da una "It would be so nice" che suonava più pop e più famigliare. Il canto trasognato di "Chapter 24" e il mood arabo di "Matilda Mother" sono una specie di contraltare ai ritornelli schitarrati delle altre ballad. Da qui, la convinzione che questa raccolta eterogenea è uno strumento completo ed esaustivo per comprendere cosa facevano i Pink Floyd in quegli anni.
Una fotografia a collage, insomma, che ci mostra la faccia migliore e quella peggiore di un gruppo che tra il 1966 e il 1968 segnò un punto fondamentale nella storia del rock, senza fare mistero dei propri errori e dei propri momenti meno nobili.