Copertina di Prefab Sprout Jordan: The Comeback
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Per amanti della musica pop sofisticata, appassionati di musica d'autore, cultori del pop anni '80 e '90, ascoltatori alla ricerca di sonorità e testi profondi
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LA RECENSIONE

Forse che la parola "pop", a torto e tristemente inflazionata dal music business, reclami giustizia e una degna collocazione nel magmatico universo della canzone contemporanea? Di sicuro essa, nata con un duplice handicap - la sua forte connotazione sociologica e un pericoloso profumo di leggerezza - andrebbe un po' disambiguata, riposizionata, incoraggiata. E non a mortificazione e condanna di un concetto, quello appunto di "leggero", che è lungi dall'essere nemico del popolo o vergogna per l'artista; niente come le "canzonette", alla fin fine, ci comunica meglio certe verità.
L'orecchio poco distratto noterà come a questo compito sia già stato assolto non molti anni fa, quando a un tratto, nel suo cammino verso la liberazione, il pop riuscì a spingersi oltre i confini che lo avevano frustrato sin dalla nascita, a oltrepassare il limite entro il quale il suo messaggio non avrebbe potuto farsi davvero universale.

Personaggio ben strano, il deus ex-machina di questa silenziosa rivoluzione copernicana: da un lato, un passato da benzinaio e una mai troppo sviscerata vocazione a diventare prete, uno dei tanti volti pallidi specchiati nella pioggia perenne delle terre del Nord; dall'altro, l'amore incondizionato per il musical americano, protagonista di infiniti sogni che presto sarebbero "implosi in uno solo". Fin dagli esordi, e senza tentennamenti almeno fino al '90, Paddy McAloon ha posto il suo sogno alle dipendenze di un progetto tanto concreto quanto singolarmente metafisico: regalare al pop una dignità "altra", cospargendo un intero decennio di semi prefabbricati che avrebbero visto frutti acerbi (ma quanto intensi...) nel difficile, inarrivato "free pop" di "Swoon" (1983), piante già mature con l'elegiaco e sottilmente irrequieto "Steve McQueen" (1985) o l'acuto e bonariamente ironico "From Langley Park To Memphis" (1988).
Il terreno era fertile, ricco di doni il piatto: chi si sarebbe più dimenticato la delicata poesia e i suoni eterei, al limite dell'impalpabilità, di una "Elegance", la rabbia e l'impotenza sussurrate in quei capolavori d'equilibrio che erano e rimangono "Bonny" o "Goodbye Lucille N°1", Bacharach che passeggia per i campi di Newcastle ("Moving The River", "Cruel", "Horsin' Around"), magari a braccetto con Proust ("I Remember That")? E abbozzare un ringraziamento per "When Love Breaks Down" è operazione quasi banale.

Ma ad apertura della nuova decade, "Jordan: The Comeback" oltrepassa il segno: sintesi perfetta e irraggiungibile di un percorso che per qualcuno non ha pari nell'era post-Beatles. Un progetto dalla portata musicale vastissima, un calderone dove le definizioni si perdono e perdono qualsiasi senso: è il pop al suo massimo livello di trascendenza, il punto di non ritorno dove "easy listening" e musica "colta" si fondono e confondono, ponendosi al servizio di una narrazione dal sapore biblico.
Nessun intento predicatorio, però, bagna la penna di McAloon: laddove il riferimento al sacro fa capolino (l'ultima sezione del disco, oltre alla title-track), esso è piegato alle esigenze di un discorso dai connotati fortemente umanistici: "Michael", "Mercy", la splendida "One Of The Broken" altro non sono se non un'icastica fenomenologia dell'errore e della debolezza umana. E tutto terreno è il sogno di un infinito medley dove sofisticato pop d'avanguardia e reminiscenze di Broadway non hanno più confini: nascono gemme come "Paris Smith", "The Ice Maiden", "The Wedding March", l'ispirata promessa di "All The World Loves Lovers". Se l'incedere di "Wild Horses" ha un che di spiritualmente sensuale, "We Let The Stars Go" è la quintessenza della nostalgia in musica, mentre superbo è in "Moondog" (dove tra l'altro ritorna, ora più sottile, la tematica elvisiana di "The King Of Rock'n'Roll") l'alternarsi di melodia spaziale e perfezione ritmica.
E così via, in un vortice di infinite citazioni che non ha senso più di tanto scandagliare: ci troviamo di fronte a una settantina di minuti di musica pura, non una virgola fuori posto, nessuna concessione al benché minimo intento di "mainstream", un distillato letale di pop perfetto ad uso e consumo di tutte le generazioni, un caposaldo poco frequentato della musica moderna che attende tuttora il dovuto riconoscimento.

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Riassunto del Bot

La recensione celebra Jordan: The Comeback di Prefab Sprout come un capolavoro pop che supera i confini del genere. Paddy McAloon fonde sensibilità umanistica e musicalità sofisticata, creando un album unico nel suo genere. Il disco è descritto come una sintesi di pop colto e easy listening, con riferimenti culturali che ampliano il significato del pop. Un’opera ancora poco riconosciuta ma di grande valore artistico e emotivo.

Tracce testi video

01   Looking for Atlantis (04:03)

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03   Machine Gun Ibiza (03:43)

04   We Let the Stars Go (03:39)

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06   Jordan: The Comeback (04:13)

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07   Jesse James Symphony (02:15)

08   Jesse James Bolero (04:10)

09   Moon Dog (04:07)

10   All the World Loves Lovers (03:50)

11   All Boys Believe Anything (01:34)

12   The Ice Maiden (03:19)

14   The Wedding March (02:50)

15   One of the Broken (03:55)

17   Mercy (01:23)

18   Scarlet Nights (04:17)

19   Doo Wop in Harlem (03:43)

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Prefab Sprout

Prefab Sprout è un gruppo pop britannico guidato da Paddy McAloon, affermatosi negli anni ’80 per scrittura sofisticata e produzioni curate (spesso con Thomas Dolby). La line-up classica include Wendy Smith, Martin McAloon e Neil Conti. Celebrati dalla critica per album come Steve McQueen e Jordan: The Comeback, hanno avuto esiti commerciali più modesti rispetto al loro prestigio artistico.
12 Recensioni

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Di  Abraham

 Ti giuro che io ci ho provato: oltre ad acquistare ogni tuo prodotto, ho diffuso il verbo, elogiato le tue doti di compositore a mezza via tra Lennon e McCartney.

 Jordan è un concept album atipico, suonato con una gentilezza fuori dal comune.