Copertina di Prefab Sprout Jordan: The Comeback
Abraham

• Voto:

Per appassionati di musica pop raffinata, fan di band indie britanniche, amanti dei concept album e alla ricerca di nuove gemme musicali.
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LA RECENSIONE

I Prefab Sprout sono universalmente riconosciuti come un toccasana per lo scenario pop contemporaneo. Hanno credibilità, ma non hanno successo. Sono pressochè dimenticati, il nucleo della band sciolto: il leader e artefice del progetto, Patrick Dominic McAloon più comunemente Paddy, da una quindicina d'anni è un solista che, per varie ragioni, quando qualche etichetta discografica glielo permette, fa uscire qualcosa: vecchie registrazioni, vecchi demo riarrangiati e rimasterizzati, mantenendo il nome del progetto. Perché il nostro è compulsivo, bulimico: scrive e compone a ritmo forsennato. Ha fatto interi album su Michael Jackson, Donna Summer, personaggi immaginari, situazioni, catastrofi, esperienze. Un visionario sempre a mezza via tra il reale ed il fantastico. La corista, Wendy, dal 1997 bada alla famiglia e ci allieta su Twitter, Neil Conti è fondamentalmente batterista turnista, il fratello Martin coltiva patate in Catalogna (scherzo: ogni tanto fa capolino sui portali gestiti dai fans e regala qualche perla non richiesta come la reinterpretazione di "When Love Breaks Down" accompagnato dal basso, ndr).

"Jordan: The Comeback", la quinta fatica in studio, uscì a tardo 1990 creando consenso ma, primo sintomo della malattia, vendendo poco. E' questa la maledizione dei Cavoletti Prefabbricati. Piacere, piacciono. Vendere, non vendono. "Steve McQueen" (1985), che fa capolino in qualsivoglia classifica degli "album da ascoltare tassativamente prima di morire" oppure "100 dischi che hanno fatto la storia del blablabla", in relazione all'eco generata ha venduto poco, pochissimo.

Va così, Paddy. Ti giuro che io ci ho provato: oltre ad acquistare ogni tuo prodotto, ho diffuso il verbo, elogiato le tue doti di compositore a mezza via tra Lennon e McCartney (nessuna lesa maestà, eh. Intendevo: il nostro ha i sogni del primo e i tormenti dell'altro), ho parlato del tuo amore per la musica che ti porta a continuare a lavorare seppur la sindrome di Ménière ti stia portando via udito e vista, ho suonato i tuoi album a persone preparate e competenti, ma la reazione è sempre la stessa: bravo, bravo. Ma finisce lì.

Torniamo al disco. Il Jordan che deve tornare, magari dalla luna, è Elivs. L'album è in gran parte a lui dedicato, ma non solo. E' un lavoro eterogeneo che poggia le fondamenta sulla produzione magistrale di Thomas Dolby, artefice del pluridorato "Steve McQueen" (1985). I Prefab detestano essere monotematici, quindi aspirare al ritorno di Elvis ci sta, ma in un contesto di amore, preghiera e ricordi. Il suono è più morbido rispetto agli altri lavori per l'abbondanza di tastiere: l'album è più affine al diretto predecessore, "From Langely Park To Memphis" (1988), piuttosto che a "Steve McQueen". La dolcezza smisurata di "Nightingales", tanto per fare un esempio, la ritroviamo in "We Let The Stars Go" (Paddy: "Dovevo andare a vedere Michael Jackson, avevo i biglietti, poi mi venne l'ispirazione per scrivere questa canzone, mollai tutto e mi misi al piano"). L'album tende a non annoiare l'ascoltatore perché detta i tempi con maestria: la coinvolgente e metafisica "Looking For Atlantis" cede il passo ai "tranquilli pomeriggi domenicali (senza neve che cadrà, grazie a Dio, ndr)" di "Wild Horses", seguita da "Machine Gun Ibiza" che fila via veloce, per poi farci riaddormentare sognanti con la già citata "We Let The Stars Go".

Paddy ci riconsegna Elvis con dolcezza, purezza sinfonica, danza e metriche futuristiche in "Jordan: The Comeback" (il brano), "Jesse James Simphony", "Jesse James: Bolero" e "Moondog". Neil Tennant dei Pet Shop Boys, intervistato nel periodo contingente, ironizzò : "Oh, no! Ancora lui ? (Paddy, ndr). Basta! Ma cosa rappresenta questo disco ? Ma una hit, riusciranno a scriverla prima o poi ? Ma può un album di 19 tracce averne una sola decente peraltro denominata, scusate se rido, "Jesse James Bolero" ? E poi tutti questi riferimenti all'America ("Hey Manatthan, da "From Langely Park To Memphis", ndr) ma quando c'è stato ? Dai, basta.....scrivete una hit!". Sono gusti, zio Neil: non tutti sono geneticamente predisposti alla hit propriamente detta. Forse il trademark di McCaloon, che molti apprezzano, è proprio questo, quello di non aver mai ceduto al compromesso.

Dopo aver dato a Jordan / Jesse James / Elvis il dovuto commiato, l'album si rilassa trattando amore, fede ("One Of The Broken" è un filo diretto con Dio), annunciando la nascita della figlia ("Paris Smith"), scrivendo una letterina a Jacko ("Michael") e sciogliendosi via via fino alla quiete più totale di cui è impregnata "Doo Wop in Harlem". Nel mezzo, due impennate degne di nota: "The Ice Maiden" (cazzo, Paddy, allora ce l'hai la voce: escila ogni tanto, dai!) e "Scarlet Nights". "Mercy On Me" e la riempitiva (che riempie con gioia dell'ascoltatore e strappa un sorriso malinconico) "The Wedding March" sono graditi apostrofi rosa tenue.

"Jordan" è un concept album atipico, suonato con una gentilezza fuori dal comune. Persino laddove il ritmo aumenta ("Carnival 2000" e "Machine Gun Ibiza"), si ha paura a forzare la mano ed il brano finisce per lasciare qualcosa in termini di personalità. La produzione di Dolby unita alla vena instancabile di McAloon è un'alchimia che funziona, ma l'impressione è che non si riesca a spiccare il volo. Una traversata serena, meditabonda, un viaggio da qui a lì che però, a dispetto dell'elevato numero di tracce (diciannove), finisce subito. Ti riporta esattamente da dove sei partito, ed il retrogusto è assolutamente buono, dolce. Una piccola meraviglia partorita in un periodo frenetico, insomma, dove in pochi si sono fermati per prendersi una pausa e quasi nessuno si è preso la briga di scuotere i Prefab Sprout, mandarli lassù, in alto, magari in compagnia di quegli U2, quei Simple Minds, quei Pet Shop Boys che hanno solo alzato la voce più di loro.

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Riassunto del Bot

Jordan: The Comeback è un album raffinato e visionario dei Prefab Sprout, guidato da Paddy McAloon e prodotto da Thomas Dolby. Una dedica a Elvis Presley e Michael Jackson, con un sound morbido e vario che alterna momenti di dolcezza e ritmo lieve. Nonostante il grande valore artistico, l'album è rimasto sottovalutato dal pubblico. Il disco è un viaggio musicale gentile e meditativo che riflette una passione sincera per la musica e la narrazione.

Tracce testi video

01   Looking for Atlantis (04:03)

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03   Machine Gun Ibiza (03:43)

04   We Let the Stars Go (03:39)

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06   Jordan: The Comeback (04:13)

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07   Jesse James Symphony (02:15)

08   Jesse James Bolero (04:10)

09   Moon Dog (04:07)

10   All the World Loves Lovers (03:50)

11   All Boys Believe Anything (01:34)

12   The Ice Maiden (03:19)

14   The Wedding March (02:50)

15   One of the Broken (03:55)

17   Mercy (01:23)

18   Scarlet Nights (04:17)

19   Doo Wop in Harlem (03:43)

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Prefab Sprout

Prefab Sprout è un gruppo pop britannico guidato da Paddy McAloon, affermatosi negli anni ’80 per scrittura sofisticata e produzioni curate (spesso con Thomas Dolby). La line-up classica include Wendy Smith, Martin McAloon e Neil Conti. Celebrati dalla critica per album come Steve McQueen e Jordan: The Comeback, hanno avuto esiti commerciali più modesti rispetto al loro prestigio artistico.
12 Recensioni

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Di  alcol2

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