L'accezione moderna della parola progressive intesa come stile/attitudine musicale oggi è sicuramente ancor più complesso da analizzare rispetto al suo significato negli anni '70.
Se nei seventies prog era un termine perfetto per imbrigliare in una definizione King Crimson, Genesis, Area e tutti coloro che hanno fatto parte di quel fiorente movimento musical/culturale oggi forse questa parola è mutata assieme alla tecnologia che l'ha sempre sostenuta.
Insomma, il progressive non s'è fermato a quegli anni, non avrebbe avuto alcun senso se la musica dell'evoluzione avesse deciso di concludere il proprio cammino. Oggi si parla di neo-prog, post-prog, prog-metal, si cerca di trovare una nuova parola per catalogare il mutamento stilistico di un genere che genere non avrebbe mai dovuto essere, ma comunque di certo non si può dire che la musica dispari si sia stancata di stupire.
I Pure Reason Revolution (non ce lo vedo Immanuel Kant a scuotere la testa a tempo guardando la bella Chloe Alper da sotto il palco) sono oggi un quartetto inglese che di chiusura mentale non ha mai sentito parlare. Altrimenti come spieghereste coretti alla beach boys su un tappeto di sintetizzatori e riffoni metal?
Pescano alla grande da tutti i movimenti musicali che negli ultimi 50 anni hanno dato vita al rock sotto tutte le sue forme e ci aggiungono la propria impronta sprizzante di energia come non mai.
Quest'EP, da cui sono state prese alcune delle canzoni che hanno poi fatto parte dell'LP, merita qualche parola se non altro per le tre tracce che lo compongono che non sono finite sul disco d'esordio "The Dark Third". Si tratta di "In Aurelia", "Arrival-The Intention Craft" e di "Nimos and Tambos", che anche prese singolarmente posseggono una dose di personalità invidiabile.
La prima parte compatta, basso, batteria e effetti elettronici in evidenza, fino al ritornello, cantato a tre voci e impossibile da scollare dalla testa. La voce di Jon Courtney si mescola perfettamente con quella passionale della cantante/bassista Chloe Alper e i cori di Jamie Wilcox ne sono il perfetto contraltare da affiancare all'energia sprigionata dalle chitarre. Una struttura complessa, fatta di parti accelerate e delicati momenti ai piedi di un pianoforte sempre pronti a cedere il passo al ritmo quasi funky che sembra non voler mai uscire di scena.
Il disco continua con "The Bright Ambassador of Morning", canzone entrata a far parte delle nove dell'LP, 12 minuti di saliscendi emozionali che vanno dalla psichedelia sognante ripiena di effetti d'elettronica sino a momenti di puro hard rock sanguigno e compatto. Si prosegue con "Arrival- The Intention Craft" singolo da cui è anche stato estratto un video. Gli ingredienti sono gli stessi, ma qui l'immediatezza la fa da padrona, la complessità della struttura cede il passo ad un riff efficace e potente e il ritornello mette in evidenza la bella voce della signorina del gruppo sempre affiancata da Jon Courtney e da un tappeto sonoro pieno di elettronica e tastiere in evidenza. Bella anche l'idea di spezzare il bridge dal ritornello, una scelta che cattura anche l'orecchio più distratto. Altra canzone poi inserita nel disco "The Dark Third" è "He Tried to Show Them Magic- Ambassadors Return" dove a farla da padroni sono ancora una volta gli incroci tra le due voci e i cori del chitarrista Jamie Wilcox che sostituiscono degnamente l'elettronica di cui comunque questi ragazzi non abusano mai nelle proprie composizioni.
"Nimos and Tambos" sono invece meno di 4 minuti, ma bastano per esplicare a chi ancora non se ne fosse reso conto tutto il potenziale dei PRR, soliti cori intersecati alla perfezione, chitarre graffianti e la giusta dose di sfacciataggine. L'EP si conclude con "Apprentice of the Universe" divenuta poi uno dei fiori all'occhiello di "The Dark Third"; una progressione che tiene incollati all'ascolto fino all'esplosione del coro finale, nessun riempimento banale e la solita carica di energia.
La versione rimasterizzata del disco contiene anche 3 tracce registrate in versione acustica "The Intention Craft", "Nimos and Tambos" e "Apprentice of the Universe", una veste che comunque non stona sulla bellezza e freschezza delle composizioni, anzi, le arricchisce di un sentore più intimo e mette ancor più in evidenza gli intrecci vocali sempre perfetti.
In conclusione un bel disco per tutti coloro che cercano qualcosa capace di stupire senza sforare nell'esagerazione dello sperimentalismo senza freni e dei progetti musicali senza capo ne coda.
Accostabile se volete a quella corrente che viene definita neo-prog, vicino a Mew, Oceansize e Amplifier, ma con un carattere che definire distintivo è poco. Buon ascolto a tutti!