Inverno 2004
All'epoca non ero ancora sedicenne.
Ero un quindicenne cazzaro, ricolmo di sogni e speranze verso il futuro.
Un sognatore, un sognatore cazzaro con l'aria un pò da fattone, compresa l' onnipresente sigaretta stretta tra le labbra.
Frequentavo un liceo classico di Napoli, famoso più per il suo schieramento anarco-insurrezionalista che non per i suoi metodi d'insegnamento. Insomma a quindic'anni non sapevo una parola di greco ma si può dire che sapevo chi erano Marx e Che Guevara, almeno per sentito dire.
Era un'altra epoca, quella.
Piena di studenti cazzari come me che, un pò ingenuamente, credevano di poter emulare i fasti sessantottini a suon di slogan e occupazioni.
Insomma, la pseudo gioventù del 2004 era fatta di moccosi lavativi che volevano anticiparsi le vacanze di natale di un paio di settimane.
Ma no, almeno per me, non era solo quello.
Ero un ragazzotto cazzaro ma anche molto timido.
Ed è solo grazie agli striscioni e ai picchetti davanti il portone di quella scuola piena di fattoni che la conobbi, i primi giorni di dicembre.
Si chiamava Lydia. Aveva lunghi capelli mossi che le scivolavano giù lungo la schiena.Erano di un rosso acceso che da solo bastava a scatenare le mie peggiori fantasie da adolescente brufoloso.
E aveva due occhi grandi e marroni, pieni di vita, in cui mi persi innumerevoli volte.
Era una zoccola, ma mi ispirava simpatia.
Iniziammo a frequentarci, tra una canna e l'altra rollata tra le pareti di quell'edificio lugubre che oramai era mercè di tutti i tossici della zona.
Tutti utilizzavano quel liceo occupato per drogarsi:forniva un'ottimo riparo da occhi indiscreti e dalle intemperie metereologiche di quel maledettamente freddo inverno.
Si, perchè a Napoli l'inverno 2004 era dannatamente freddo.
Il cielo plumbeo ben si sposava con gli alberi rinsecchitti.La temperatura media era di quattro gradi centigradi, e non di rado capitava di vedere calare il sole alle cinque del pomeriggio.C'era spazio solo per delle gelide giornate di pioggia battente E proprio durante una di queste giornate, presi coraggio e la baciai.
Era il 20 dicembre 2004.Avevo compiuto sedici anni.
Tre giorni dopo, avrei dovuto tenere una sorta di concerto nella palestra della scuola, che avrebbe dovuto completare il progetto pseudo-educativo mandato avanti dai più"grandi".
"Vogliamo un'istruzione alternativa"urlavano con voce stridula dai loro megafoni.Voci stridule di una pazzia e incoscienza che solo gli adolescenti, con il loro carico di drammi esistenziali possono avere.Un'sapere alternativo che consisteva in visioni non stop di film come Trainspotting e lunghi dibattiti "impegnati" sulle droghe, che finivano sempre in una fumata collettiva.
Dove eravamo? Ah il concerto
Si, ero tesissimo, suonavo il basso da qualche mese ed esibirmi con i "più grandi" mi metteva un pò a disagio.
Trovai un riparo dalla crescente ansia a casa sua. Era una piccola bettola malmessa, ubicata in uno dei quartieri popolari di Napoli. In un microappartamento vivevano lei,i suoi tre fratelli e i suoi due genitori disoccupati. Sembrava un pò triste. Ma più che tristezza era malinconia, quella che leggevo nei suoi occhi.Suo padre aveva perso il lavoro. Per l'ennesima volta. Quello che le si prospettava non poteva essere quello che si dice un"santo natal"Cercai di tirarla su.Mi improvvisai karateka, sperando almeno di condividere una sua passione. Mi atterrò in men che si dica.Le misi uno sgambetto di proposito e cadde su di me.Scoppiarono fragorose risate, e con esse la passione. Facemmo l'amore.
"Stasera suoni?"
Mi chiese con un rantolo di voce,mentre giocava con i miei capelli.
"Boh"
Le risposi,mentre l'ansia mi divorava dentro.
"Ma che musica suoni?"
Estrassi dallo zaino il mio fido lettore Cd che portavo sempre con me.
Dentro c'era un album che mi aveva prestato un mio caro amico. Si trattava di The Bends, dei Radiohead
Le passai una cuffia e se la mise all'orecchio.
Sulla traccia numero 4, Fake Plastic Trees, esclamo piena di gioia:
-"Uh,com'è bella questa canzone,mi sà di canzone natalizia"
Fake Plastic Trees, con i suoi quasi cinque minuti di spleen pessimista incarnato in una ballata elettroacustica, Fake Plastic Trees, con i suoi tre accordi di organo sostenuti e cristallini le ricordavano il suo Natale:malinconico,freddo,decadente ma non per questo meno felice,vivo,vissuto.
Un momento autentico in un mondo finto, di plastica
A gennaio Lydia sparì dalla mia vita, sapevo a cosa ero andato incontro e il precoce addio l'avevo messo nel preventivo.
Assieme a lei, come una dissolvenza d'organo scomparvero pian piano i moti rivoluzionari degli studenti, gli striscioni fuori le scuole, le canne in compagnia e anche un pò della mia innocenza cazzara che fino ad allora mi aveva contraddistinto.
Oggi, a poco più di vent'anni quello che mi rimane è la malinconia legata a quel periodo e il freddo opprimente di quell'inverno 2004 che mi è rimasto nelle ossa e non fatica a riemergere ogni volta che metto su questa canzone.
Yorke la scrisse di getto, forse da ubriaco, trovando in seguito buffe molte parole da egli utilizzate.
Fake Plastic Trees ti chiede ciò che tu non vuoi ti sia chiesto. È amara, ma tu la ami lo stesso.