"A Bertonce' che stai a scrive?"
Forse sara` capitato a Riccardo Bertoncelli di sentirsi porre scherzosamente una simile domanda in tanti anni di carriera. Ma resta il fatto che, pur a fronte di eventuali dissensi, quanto da lui scritto (unitamente ad altri personaggi) in materia di musica cosidetta "rock e dintorni" e` stato fondamentale per sprovincializzare l'ambiente della critica musicale italiana. E il testo "Abitavo a Penny Lane" ci consegna una carrellata di gustosi episodi con cui e` infarcita la crescita professionale di Bertoncelli fino al 1980.
Nato a Novara il 21 marzo 1952 (giorno in cui si tenne a Cleveland un concerto di rock and roll presentato dal disc jockey Alan Freed), Bertoncelli crbbe in un capoluogo di provincia italiana dove gli stimoli musicali erano limitati. E d'altronde non andava poi diversamente in Italia, ove nuovi linguaggi musicali come il rock and roll pervenivano in versione addomesticata , a la Celentano tanto per intenderci. E scavallando negli anni '60, era gia` tanto che si proponessero i nuovi autori della scuola ligure (De Andre`, Paoli, Tenco, Bindi, ecc.) considerati anticonformisti rispetto a certo mainstream. Insomma, erano tempi in cui poteva capitare che il quesito del giorno fosse "preferite Claudio Villa o Gianni Morandi?" , quando nel resto d'Occidente erano gia` in pista nomi come Beatles, Rolling Stones, Bob Dylan. Se poi si aggiunge che in Italia il massimo dell'esotismo era sentire dei gruppi beat che eseguovano brani anglo americani mal tradotti in italiano, so ha un quadro stantio della situazione.
Vita dura per i tanti giovani di quei lontani giorni e anche il giovane Bertoncelli doveva arrabattarsi a trovare copie di 45 e 33 giri anglo americani , disponibili un po' con il contagocce, soprattutto in citta` provinciali come Novara (un po' meglio poteva andare in grandi citta` come Milano e Roma, per quanto l'allora mercato discografico italiano fosse non cosi` munito come in altre nazioni europee). Insomma, la musica piu` indicata per un pubblico giovanile era circonfusa di un' aura quasi malefica, poteva giusto andar bene per quei giovani capelloni sovversivi. I cosidetti adulti (o per usare un termine allora in voga i cosidetti "matusa") avevano una concezione seriosa della musica: piu` era paludata meglio era. Tali adulti attempati mai si sarebbero sognati di assistere a concerti di strani gruppi dai nomi incredili tipo Beatles, Rolling Stones, Who, Pink Floyd, ecc., anche per evitare di trovarsi coinvolti in situazioni turbolente tipo lo sfortunato concerto dei Led Zeppelin a Milano nel luglio 1971, funestato da incidenti e ben descritto da Bertoncelli presente ai fatti.
Ma , come avrebbe cantato un menestrello di quei giorni, i tempi stavano cambiando e anche la ricerca costante di supporti fonografici esplosivi da parte di un adolescente come Riccardo Bertoncelli lo avrebbe portato lontano. Mentre qualche trasmissione televisiva (come "Bandiera gialla" e "Per voi giovani") stava facendosi strada, Bertoncelli iniziava a scrivere di musica nuova su quelle che all'epoca erano chiamate "fanzine" stampate con il ciclostile (veramente altro tempi!) e distribuite da amici volonterosi. Il verbo si diffondeva anche perche` la pressione e fame giovanili verso le "buone vibrazioni" era ormai incontenibile ed impetuosa. Vennero poi , nella decade dei '70, vere e proprie riviste musicali come "Muzak", "Gong", "Musica 80", fondate e animate da Bertoncelli e altri sodali, nonche` la nascita di una casa editrice come "Arcana" dotata di un ampio catalogo di saggi ponderosi sul fenomeno del rock e altri linguaggi sonori innovativi.
In tutto questo, il buon Bertoncelli si distingueva come acuto analista della musica giovanile , dotato di una prosa scintillante che a volte non gli risparmiava qualche cantonata. E non si tratta tanto delle sue riserve espresse verso certe nuove tendenze come il prog rock e il glam rock, bensi` certi affondi a colpi di sciabola verso certi lp di autori e gruppi peraltro stimati. Lui stesso lo ricorda in "Abitavo a Penny Lane" , citando la querelle con Guccini , reo di aver inciso un disco come "Stanze di vita quotidiana" intriso di testii un po' intimisti e meno impegnati. E Guccini stesso rispose per le rime con la canzone "L'avvelenata" che fara` da viatico ad un'amicizia salda fra i due (quando due persone, in ruoli differenti, si stimano tutto e` possibile..). E non manco` pure una querelle con il gruppo degli Area, autori nel 1975 di un lp come "Crac" che a Bertoncelli era parso sotto tono rispetto alle prove precedenti. Ovvio che Demetrio Stratos e soci puntualizzarono in difesa dell'opera, pur senza rancore. Tempi in cui la musica si faceva ed ascoltava con la massima attenzione, verrebbe da notare.
Ma e` proprio nella parte finale di "Abitavo a Penny Lane" che l'autore ricorda un suo svarione notevola. Fu sul finire dell'anno 1980 che recensi` l'ultimo disco di John Lennon, quel "Double fantasy" giudicato troppo piatto, commerciale, privo di scintille creative. Cosa ci voleva a Lennon per riscattatsi da certo torpore creativo? Forse un cataclisma improvviso, una grave contrarieta`? Questo il concetto veicolato nella recensione di Bertoncelli., che fu pubblicata pochi giorni prima del fatidico 8 dicembre 1980, giorno dell'uccisione di Lennon per mano di uno squilibrato. Nel numero successivo di "Musica 80" Bertoncelli scrisse un ricordo dell'ex Beatle, descrivendolo come una specie di fratello maggiore che gli portava qualcosa di musicalmente nuovo, in anni lontani. Poi i contatti si erano diradati, la ricerca di nuove vibrazioni musicali avevano portato Riccardo altrove. Ma la notizia inaspettata della morte di John non doveva essere considerata una pietra tombale sul prezioso lascito musicale del musicista inglese. Il ricordo restava.
E per me la lettura di questo libro e` stato paragonabile ad un viaggio in quegli anni passati , quando per un baby boomer come me l'approccio e l'ascolto di tanta musica (allora chiamata "alternativa") era un mezzo di emancipazione e scoperta di nuovi mondi. Posso dire che sono stati anni irripetibili.