Il tempo chiarisce, mostra con evidenza. Succede che i ragazzi a scuola propongono “La vita è bella” per la Giornata della memoria. Penso: “Oh no, non ho voglia di rivederlo. Carino ma… in qualche modo fastidioso”. Non so esattamente quando lo vidi per la prima volta, penso nei primi anni Duemila. Il mio ricordo era quello di un film con un’idea brillante, geniale, e un corollario di storielle un po’ così.

Ma il tempo chiarisce. Un quarto di secolo dopo, l’ho rivisto da adulto, in mezzo a una platea di ragazzini di dodici-tredici anni che hanno seguito dal primo all’ultimo minuto, ridendo, emozionandosi, applaudendo convinti. I tempi cambiano in fretta, e oggi gli anni Novanta sembrano un’epoca d’oro.

Con lo sguardo del 2026, “La vita è bella” è quasi un capolavoro. Peccato per la recitazione della Braschi (un po’ rigida) e qualche sbavatura produttiva (lo scenario del lager non convince del tutto), ma per il resto mi sento di parlare di un’opera mirabile. Benigni riesce a tenere insieme la comicità semplice e slapstick (ma mai fastidiosa), gli orrori (mai enfatizzati), una storia d’amore e una di morte, ma forse e soprattutto una celebrazione commovente della parola che costruisce mondi, riplasma l’incubo in gioco.

Se anni fa l’accostamento della commedia (primo tempo) alla tragedia storica (secondo) mi sembrava un po’ stridente, oggi rivedendo il film ho pensato invece che si tratta di una delle sue trovate migliori. Perché lo sterminio, il nazismo, il lager non ci fanno orrore solo in quanto tali, ma soprattutto alla luce di quello che c’era prima, dei legami umani, delle storie in tempo di pace. La commedia illumina i significati della tragedia, perché quest’ultima da sola (ed enfatizzata) rischia di dare assuefazione. Si perde il senso della misura, come ci ha insegnato la Storia.

Invece, quando vediamo il dottor Lessing nei panni del nazista, soffriamo di più perché lo conoscevamo da prima. Siamo in imbarazzo insieme a lui, perché è chiaro in quel passaggio che l’essere umano non può mai venire messo in secondo piano dall’uniforme. O almeno, così dovrebbe essere.

Il gioco inventato dal personaggio di Guido non è solo un perfetto controcanto fanciullesco che sottolinea le follie del mondo adulto, ma è un autentico gioiello di inventiva comica. Quando Guido traduce il gerarca nazista che detta le regole, aggiungendo trovate su trovate per convincere suo figlio, tocchiamo uno dei vertici del film. La tragedia, la commedia più semplice e popolare, la trasfigurazione letteraria, il potere immenso della parola e della fantasia. I brividi tornano sulla pelle anche solo a ripensarci.

L’uso della comicità slapstick è molto fertile. Guido sta per morire, fucilato, e passa davanti al nascondiglio di suo figlio, che lo vede da una fessura. Ma anche di fronte alla morte imminente, l’uomo continua la recita, marciando come un buffone per non deludere il piccolo Giosuè. Sono invenzioni che appartengono a una mente dotata di genio e di grande libertà.

Oggi, quasi trent’anni dopo, “La vita è bella” appare come un’opera alta, pur con qualche piccola sdrucitura, luminosa. Illumina la vita con un ottimismo mai gratuito o facile. Un ottimismo radicale e difficile: arrendersi all’orrore è la scelta più scontata, Guido trova la forza di riscrivere il senso della Storia, con le parole, con le invenzioni, perché non possiamo mostrarla per quello che è, soprattutto ai bambini. Dobbiamo salvare almeno loro.

Mi ha fatto riflettere molto. Un ideale molto alto di impegno civico, educativo, artistico. Forse anche più alto delle reali possibilità del personaggio Benigni. Ma questo film resta come testimonianza. Le degenerazioni della storia nascono da uomini che si sono arresi alla logica più facile, che hanno rinunciato a inseguire il loro sogno, la loro principessa, la loro storia fantastica.

Guido no, recita il buffone fino alla fine, anche davanti al fucile.

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