"At sixes and sevens", impossibile negarlo, non sarebbe mai stato un capolavoro indiscusso, anche se "Widow's weed", "Beyond the veil" e "World of glass" dei Tristania non fossero mai esistiti, in quanto, sebbene diverse formazioni ci abbiano mostrato che l'originalità non è un elemento essenziale per scrivere buona musica, qui manca la struggente malinconia che deve obbligatoriamente far da cornice ad un'album gothic: in questa pomposa sovrapposizione di elementi musicali diversi, dove spesso è l'elettronica a predominare, il tutto risente spesso della mancanza di impatto.
Qui c'è un pianoforte, ma non tratteggia immagini di antichi paesaggi nella mente dell'ascoltatore; c'è lo stesso romantico violino di Pete Johansen, ma non riesce a raggiungere alti picchi emotivi; non ci sono i sussurri poetici della voce angelica di Vibeke Stene (la voce ospite di Fabienne Gondamin non è certo una delle più espressive udite in un gruppo metal, si avvicina a dei toni più pop che operistici e tuttavia compare relativamente poco). Il resto degli strumenti costruisce ritmiche che sono praticamente uguali a quelle dei Tristania di "Beyond the veil". La struttura delle canzoni è banale, e la staticità compositiva, in quasi tutte le tracce dell'album, è interrotta soltanto dall'arrivo di eccelsi canti gregoriani (gli unici a rappresentare qualcosa di veramente gotico nell'insieme), che tuttavia non risollevano le sorti generali del disco. Certamente i brividi lungo la schiena intercorrono ascoltando le note di "Meridian", "Sister Nightfall", "On the wane" e "At sixes and sevens" (capolavori, di grande presa ed evocative nel loro incedere onirico e oscuro), e questa non è cosa da poco, ma, dopo aver sentito una copia della stessa canzone per buona parte della durata del disco, è impossibile non stancarsi (dalla terza traccia, inoltre, l'elettronica si fa più insistente e, dopo di essa, i toni calano bruscamente e non si alzano più; solo qualche sprazzo qua e là si salva).
Discorso a parte per la traccia conclusiva, "In sumerian haze", che sembra voler avvicinarsi al mondo del pop elettronico e della musica dark. Purtroppo, anche in questo caso, nulla di trascendentale. I testi hanno invece, fortunatamente, mantenuto quello splendore tipico dello stile di Veland (cosa che invece i Tristania hanno perso).
Complessivamente, l'immaginario qui proposto è qualcosa di futuristico e apocalittico, una specie di lontano mondo sottomarino (enfatizzato dalle tonalità verde acqua del booklet), che, per il sottoscritto, amante di tutte le forme d'arte che si possano definire gotiche (tra le quali anche la letteratura), risulta un po' fuori luogo. Quindi, se, ad esempio, con la loro oscura teatralità, i primi album dei Theatre of Tragedy, le arie vampiriche di "Cruelty and the beast" dei Cradle of Filth, le funeree elegie di "Widow's weeds" dei fantastici Tristania potrebbero essere paragonati per la loro intensa emotività a poesie o romanzi gotico-romantici, l'opera prima dei Sirenia si avvicina ad essi soltanto da lontano.
Le emozioni oscure e drammatiche che, un tempo, il leader della band sapeva regalare con le proprie canzoni sono (purtroppo) state chiuse a chiave in un cassetto, e chissà se mai in futuro i Sirenia riusciranno ad aprirlo. Sicuramente, nei limiti del gothic metal, che ci ha abituati a cose ben peggiori, i Sirenia sapranno anche scrivere buone canzoni, ma per riuscire a considerarli come qualcosa di imprescindibile bisogna veramente accontentarsi di poco e considerare la musica non come profonda esperienza emotiva ma come passatempo con il quale riempire i buchi di una giornata. Ciononostante, a fronte di episodi come le prime tracce del disco, la speranza che in futuro il gruppo possa riservare sorprese tarderà a morire.
"Perché 'Meridian' è energica e allo stesso tempo malinconica... è la canzone migliore dell'album."
"'Manic Aeon' è troppo bella!!! Le voci di Morten e Fabienne sembrano inseguirsi per tutta la durata della canzone!"