Ovvero quando niente può frenare la musica e la passione che la guida. Gli Small Faces sono stati uno dei gruppi più amati ma anche sfortunati della storia musicale britannica. Emersi in un 1965 esaltato dall'esplosiva British Invasion di "Revolver" e "Aftermath", il gruppo mod per eccellenza si trova davanti non solo validi rivali come gli Who o i Kinks, ma anche case discografiche immotivamente austere e reazionare con manager succhiasangue e impreparati. Si sviluppa quindi una carriera costretta a ripiegarsi su se stessa, con un talentuoso gruppo impossibilitato di uscire dalle sonorità deliziosamente R&B dei primi, già amati - ma clamorosamente non retribuiti - singoli. Vengono obbligati a estenuanti tour per la convinzione dei poteri alti che i ragazzi passeranno presto di moda: è la teoria di mungere la vacca finché c'è latte.
In realtà gli Small Faces (che prendevano il loro nome dallo slang mod, che disegnava con l'appellativo "face" il ragazzo più alla moda, quello "gggiusto") sarebbero stati capaci di creare ben altro che una manciata di brillanti canzoni beat-soul già originali ma ancora sostanzialmente superficiali. Nessuno pensava che dietro questi fighetti vestiti italian style e ambiziosi ci fosse un genio incredibile, che per emergere avrebbe avuto bisogno solo di tempo, spazi consoni, considerazione e mezzi. Dopo aver lasciato come gli Stones la Decca per l'allora più all'avanguardia e moderna Immediate Records di Andrew Loog Oldham, Steve Marriott e soci pensano finalmente di avere la loro grande occasione. Il marchio autoriale Marriott/Lane (che per ricordare erano rispettivamente chitarra/prima voce e basso/seconda voce), già garanzia di successo e qualità, diventa ben presto una certezza nei circuiti londinesi per le innovative ricerche musicali che hanno iniziato a sviluppare. L'avvento di Sergeant Pepper del resto aveva condizionato il modo di concepire il fare musica, allontanando l'interesse sui meri singoli da classifica per progetti (definiti da allora "concept-album") che si dipanassero nel corso di un intero 33, con una successione organica e ragionata dei brani che andavano a formare un unicum, disposto a interpretazioni più o meno ambiziose e complesse. Il fatto rilevante è che i nostri non solo rimangono - come un po' tutti gli artisti dell'epoca - entusiasti e stupiti dalla rivoluzione imminente, ma si mettono subito all'opera per dire la propria, per conquistarsi un posto tra questi nuovi suoni imperanti. Nasce così forse l'unico concept del tempo degno di questo appellativo e degno di essere accostato all'inarrivabile modello beatlesiano.
"Ogden's Nut Gone Flake" (1968) diventa un caso già prima di essere ascoltato, con quella sua copertina che richiama le famose scatole di tabacco (causando non pochi equivoci e fraintendimenti per la distribuzione e le spedizioni), e precisamente il tabacco Odgen, il più rinomato in madrepatria. È una dichiarazione d'intenti, questo è un altrettanto prelibato prodotto puramente britannico, e dobbiamo solo accendere un cerino per far iniziare la magia. Finalmente i suoni sono stati evoluti in melodie complesse e suggestive, ispirate non più come negli esordi dalle anfetamine (droga mod per eccellenza) ma dall'allora diffuso acido lisergico. Ma come insegnano Hendrix o Lennon l'lsd ha solo una funzione di amplificatore di sensazioni, e solo l'artista "illuminato" può adattane gli effetti alle proprie (geniali) intuizioni. E qui di succosa polpa ce ne sarà in abbondanza da assaggiare. Il primo radicale cambiamento risiede sicuramente nella maturazione della componente psichedelica delle canzoni, che deforma l'acerbo blue-eyed soul in un meraviglioso acid-pop. Veniamo storditi e ammaliati da brevi gemme sinfoniche che vengono rallentate, abbassate di volume fino all'inesistenza e poi fatte ripartire, chitarre dure e terribilmente potenti, basso a volume sovrastante, batteria piena di effetti e vorticosa, senza una stabilità ritmica. È la gioia di poter finalmente aprire le ali, di poter dire senza freni quel che siamo. Tutto viene espresso in una granitica rassegna di quel che questo gruppo ama. Marriott si divide tra prese di giro in inconfondibile accento cockney (vedi la gaudente "Lazy Sunday", inno al nostro lato più poeticamente pigrone e indolente) e autentiche bombe sonore (come la scatenata "Rollin Over") dove hard rock e soul vengono amalgamati da una voce squillante ma delicata con mestiere, divertimento e creatività. La melodia non viene comunque mai persa di vista, in un incrocio tra Pet Sounds, Salomon Burke e The Piper At The Gates Of Dawn. Ian McLagan fornisce celestiali o inquietanti sottofondi con un uso economico ma costante di piano, mellotron, haphsycord, ottenendo una capsula sonora ridondante che fa saturare i volumi e le distorsioni degli strumenti a corda ed esalta la camaleontica voce.
Archi, fiati, flauti e toni da paese delle meraviglie ci portano alla seconda parte dell'album, dove il progetto arriva al suo culmine: nasce la storia di "Happiness Stan", un ragazzo pieno di fantasia e vita, alla ricerca di una tanto agognata felicità. Da qui il dispiegamento di un'epica suite folk-rock illustrata dal narratore comico Stanley Unwin, mentre Stan attraversa campagne inglesi a bordo di un arcobaleno, incontrando personaggi fantastici e simpatici come il mitico "Mad John". L'opera rock giunge a compimento, celebrando il potere dell'immaginazione donovaniana quanto la bellezza misteriosa e raffinata del proprio paese, delle proprie origini, campane di pievi che suonano ai tramonti mentre quattro ragazzi ridacchiano tra loro, correndo su bici arruginite e rumorose. Purtroppo per i ragazzi il lampo di libertà e di apice compositivo sarà breve, perché dopo pochi mesi verranno di nuovo scaricati dalla Immediate Records, che già prima di dichiarare bancarotta si era rifiutata di dare al gruppo i compensi pattuiti per l’album, causando il furioso abbandono di Marriott. E pensare che Odgen era rimasto in cima alle hit parade inglesi per ben sei settimane, ed era stato persino presentato ed eseguito con grande successo al live show del programma tv di culto "Colour Me Pop"... Nonostante i dissapori interni e praticamente indissolubili dal destino del gruppo, questo gioiello rock verrà lodato per decenni, e continuerà a fare continui adepti e fedelissimi, dagli Who di "Tommy", ai neo-mod Jam di Paul Weller, fino ai Blur di "Parklife". Il genio rivive e resta immortale. La storia degli Small Faces invece finirà presto, con i rimanenti membri che assoldarono in sostituzione del leader la voce di Rod Stewart e la chitarra di Ron Wood, rinominandosi semplicemente "Faces". La musica cambierà, tutto verrà semplificato e standardizzato, ma arriverà finalmente un successo torrenziale e ripagato , almeno fino alla departita di uno Stewart presto diventato star di livello mondiale. Questa però è un'altra storia.
Stupendo album che parte con una title-track strumentale e ci consegna non solo un capolavoro, ma la canzone storica del gruppo: "Lazy Sunday".
Quando una delle notti passate in luoghi adatti per "cucinare il loro cibo, fare casino e suonare le loro chitarre" nasce l'idea del personaggio Happiness Stan.