Copertina di Soft Machine Third
tazzoidecompose

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Per appassionati di rock psichedelico, progressive, jazz-fusion e musica sperimentale degli anni '70
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LA RECENSIONE

Ecco trovato dopo molto tempo questo bellissimo album dalla copertina arancione. Nel 1970 una delle realtà più importanti di tutta la "scena di Canterbury" (quel ramo di gruppi progressive ancora più inseriti nella sperimentazione) ovvero i Soft Machine pubblicarono questa opera colossale che diventerà un must per il rock psichedelico con influenze jazz-fusion. L'album è pervaso dal suono dell'organo suonato da Mike Ratledge a volte distorto e futuristico a volte solenne e intimistico e, nel brano "Moon in June", notiamo la maestria vocale e  la tecnica innovativa del singer e batterista Robert Wyatt, e anche gli ottimi arrangiamenti di fiati che ricordano molto il sound dei jazzisti classici.

 La prima traccia "Facelift" registrata live, inizia subito con una lunga sessione rumoristica e psichedelica, con un organo dal suono molto liquido,e si noti bene come il tutto sia strutturato per dare un effetto da "capogiro". Già dal 05.30 il brano incomincia a prendere forma con arrangiamenti di fiati supportati da un tappeto di organo, si evince subito quanto free  jazz ci sia nell'insieme e come  i molti cambi di tonalità aiutino i cambi di atmosfera. Al 07.30 incomincia un "orgia" sonora di fiati che stridano e, soprattutto i sassofoni, fanno un saggio uso dei sub-armonici sfruttando le lezioni di Coltrane. Dopo una sezione molto potente e claustrofobica, entra un rilassante ma allo stesso tempo intrigante tappeto di tastiere, supportato da un flauto,per poi ritornare nella bolgia infernale di suoni che caratterizza tutto il brano (chissà gli ascoltatori dell'epoca cosa avranno pensato ascoltando questa prima traccia).

 "Slightly all the time" incomincia con un ritmato giro di basso unito ad armonici, seguito dalla batteria che esegue un ottimo shuffle. Poco dopo entra un altro impeccabile arrangiamento di fiati con la solita predominanza del sax dal suono molto flebile ma molto coinvolgente; il brano è pervaso da accelerazioni e decelerazioni e studiatissimi climax, e con molte variazioni al tema principale. Al dodicesimo minuto è l'organo ad uscire fuori dalla lunga improvvisazione di insieme, eseguendo un giro armonico dal suono largo e  imponendosi con grande spazialità; la batteria dietro il muro sonoro esegue lente ma complicate diteggiature, l'ennesimo solo di sax libera l'ascoltatore dalla vorticosa furia dei minuti passati. Un veloce cambiamento di tempo sostenuto dal  basso che esegue un walking interessantissimo rende il clima del brano molto vivace. Il brano si chiude con un atonale riff di organo .

In questi due brani e nei brani successivi si noterà come il gruppo eviti completamente i riposi tonali e la normalità "armonica" non facendo mai stancare l'ascoltatore delle numerose improvvisazioni. Il sound è completamente nuovo e la ricerca sonora è più effettuata che mai, questo disco riesce a chiudere l'ascoltatore in un mondo alternativo dove è facile addentrarsi nelle differenze stilistico-musicali di questo lavoro grazie a un grande potere evocativo.

"Moon in June" inizia con un all'allucinato ritmo di marcia con la voce Wyatt che domina il tutto e segue all'unisono l'organo. I vari frammenti organistici vengono a sua volta arricchiti con nuove configurazioni ritmiche. Lo svolgimento delle ritmiche e le linee vocali è molto bluesy con frequenti ripetizioni di frasi del testo. Verso il decimo minuto ci inoltriamo in un'altra lunga sessione strumentale  pregna di improvvisazione e a tratti delirante. Il finale è dettato da degli stranissimi effetti sonori e abbiamo velocissimi cambi di tema.

Nella quarta ed ultima traccia "Out-Bloody-Rageous" dopo i primi secondi di silenzio, entra un sognante organo accompagnato da un efficace delay e altri effetti sonori molto rilassanti. Come negli altri brani si lascia largo spazio alle improvvisazione  e agli osannati soli dei vari strumenti.

 Il sound del disco è molto corposo e pieno e non da mai l'idea del distacco tra suono e ascoltatore anzi, il contrario, è come se l'ascoltatore fosse dentro la musica. Le divagazioni astratte del gruppo e  l'originalissimo sound  fanno di questo album un'opera fondamentale per lo sviluppo del genere progressive. Consiglio a tutti questo album soprattutto la versione rimasterizzata del 2007 con un secondo CD contenente un altro folle e allucinato live.

 

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Riassunto del Bot

La recensione esalta 'Third' dei Soft Machine come un capolavoro della scena di Canterbury e del rock psichedelico con influenze jazz-fusion. L'album si distingue per le straordinarie improvvisazioni, il suono dell'organo di Mike Ratledge e la voce innovativa di Robert Wyatt. Le tracce, ricche di atmosfere complesse e coinvolgenti, trasportano l'ascoltatore in un viaggio sonoro unico. Consigliata la versione rimasterizzata del 2007 con contenuti live aggiuntivi.

Tracce testi video

Soft Machine

Soft Machine è uno storico gruppo britannico della scena di Canterbury, pionieri del progressive rock e del jazz-rock, conosciuti per le loro sperimentazioni sonore e i frequenti cambi di formazione. Fondati da Daevid Allen, Kevin Ayers, Mike Ratledge e Robert Wyatt, hanno attraversato psichedelia, avanguardia, jazz, fusion e oltre.
29 Recensioni

Altre recensioni

Di  Velvetunderground1

 Il mio amico aveva qualcosa con la parola Machine, ma dei Soft Machine non sapeva un bel niente.

 Ai grandi non serve la pubblicità! Non servono i soldi! Serve soltanto scoprire il loro percorso del 'chi siamo, da dove veniamo e dove andiamo'.


Di  DaveJonGilmour

 Questo disco è un monumento della musica sperimentale e dell’arte tutta del Ventesimo secolo.

 Se esiste un Big Bang nella musica, questo è Moon In June!