For All The Fucked-Up Children Of This World We Give You Spacemen 3 non è semplicemente una prima registrazione, né un reperto per completisti: è il momento in cui la musica degli Spacemen 3 nasce già inseparabile da uno stato alterato di percezione, ma lo fa in una forma ancora grezza, istintiva, non del tutto a fuoco. Registrato nel 1984, quando la band non aveva ancora un linguaggio definito, questo nastro documenta una visione chiarissima che però non ha ancora imparato a controllare i propri mezzi. È una musica che sa già dove vuole andare, ma non come arrivarci.
Le droghe, in questo contesto, non sono una posa né un dettaglio biografico, ma una condizione percettiva che informa l’intero progetto. Le tracce procedono per ripetizione e sottrazione, come se fossero concepite per agire sul sistema nervoso prima ancora che sull’orecchio. Walkin’ With Jesus, Things’ll Never Be the Same, 2:35 non cercano sviluppo né risoluzione: funzionano per accumulo, per immobilità, per insistenza. È musica che punta alla trance, ma lo fa in modo ancora irregolare, talvolta incerto, come se l’ipnosi fosse cercata più per tentativi che per controllo.
È qui che va detto con chiarezza ciò che spesso si elude: la musica degli Spacemen 3 presuppone uno stato di alterazione per essere davvero compresa. Non perché lo richieda come provocazione, ma perché è stata pensata, costruita e calibrata per un ascolto non sobrio. Ascoltata in condizioni di lucidità ordinaria, questa musica può apparire monotona, povera, incompiuta; ascoltata nello stesso orizzonte percettivo che l’ha generata, rivela invece la sua funzione reale, che non è raccontare o intrattenere, ma modificare la percezione del tempo, del corpo, dello spazio sonoro. Senza alterazione, resta un oggetto parziale.
Che questa non fosse una fantasia critica lo dimostrano le parole degli stessi musicisti negli anni successivi. Peter Kember, alias Sonic Boom, ha parlato apertamente della centralità delle droghe nella propria vita, arrivando a definirsi un eroinomane e descrivendo la prima iniezione di eroina come un evento di rottura esistenziale, capace di trasformare radicalmente il suo rapporto con il tempo e con la percezione.
In questo disco primordiale quella visione è presente ma non ancora disciplinata. La batteria è ossessiva ma talvolta meccanica, la chitarra vibra più per intuizione che per progetto, la voce resta sospesa, indecisa sul proprio ruolo. Anche il blues che attraversa queste incisioni è informe, rallentato, intossicato, filtrato da una provincia inglese senza slanci. Le sostanze non servono a rendere la musica più colorata, ma a spogliarla, anche a costo di lasciarla incompleta.
Ascoltato oggi, For All The Fucked-Up Children… non va scambiato per un’opera compiuta. È un documento che mostra l’intenzione prima della forma, la tensione prima del controllo. Più che un debutto, è un punto di origine: una visione potente che sta ancora cercando la propria grammatica, e che proprio per questo conserva un’urgenza che i dischi successivi, più definiti e consapevoli, finiranno in parte per perdere.
Elenco e tracce
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