LA RECENSIONE

La magia non c’è stata, tutto appare troppo telefonato. Il ritorno di Steven Spielberg alla fantascienza schietta, la sua preferita, quella sugli alieni, è solo parzialmente riuscito. E se vogliamo trovare una motivazione profonda, non è difficile capire perché: nel 2026 l’immaginario collettivo sugli extraterrestri si è spostato, anche grazie allo stesso Spielberg, e non è più quello del 1977 (anno di “Incontri ravvicinati del terzo tipo”). Ma il cineasta ottantenne di fatto non se n’è accorto, o forse - più probabilmente - ha deciso di ignorare la cosa: gli alieni restano quelli là, i suoi.

Il film, quindi, non parla tanto degli extraterrestri, anzi ce li mostra dopo pochi minuti, dandoli di fatto per scontati. La tensione principale riguarda gli esseri umani e la loro pervicace volontà di nascondere, censurare a ogni costo la verità, nella convinzione che i loro simili non sarebbero in grado di accettare una simile scoperta. Qua e là qualche spunto rimanda alla fede religiosa, posta in pericolo - secondo alcuni - dall’eventuale, fatidica rivelazione.

Ma Spielberg non ha fatto un’opera di riflessione, non c’è spazio per troppa filosofia. “Disclosure Day” è per tre quarti una grossa rincorsa, un gioco a guardie e ladri. Ben costruita, per carità, con due protagonisti che partono da molto lontano, con le loro vite diverse e strane, ma sono destinati a incontrarsi. Ed è qui che la struttura mostra la corda: Spielberg decora come può, con la sua tecnica e la sua vasta esperienza, una storia che di per sé è molto lineare e già vista.

Ma basta guardare alla filmografia recente dello sceneggiatore David Koepp per alimentare ulteriori dubbi. Parliamo di film come "Indiana Jones" 4 e 5, "Jurassic World", "Angeli e demoni", "Inferno". Non propriamente dei capolavori. Cinema da blockbuster, pieni di movimento e gigantismo, ma privi di profondità. Normale allora che un film del genere risulti quasi come una scatola vuota: tanta azione, tante sottotrame, ma manca qualcosa di veramente interessante da dire.

Sorge qualche dubbio sulla stessa grammatica cinematografica del regista. Un maestro, per carità. Ma un maestro impolverato, che non si è saputo rinnovare e lavora per topoi consunti. Troppi compartimenti stagni, troppa esteriorità. Parecchi personaggi bidimensionali appesantiscono inoltre la narrazione. Tutto appare molto incasellato nei generi e nell’azione, poco sfidante per il pubblico. Quasi due ore di rincorse erano necessarie, a fronte di un tema così fertile e gravido di implicazioni? Si potevano asciugare, per raccontare infiniti altri aspetti della questione, e non amplificare così tanto la dimensione action della vicenda.

Ma evidentemente, regista e sceneggiatore non se la sono sentita di andare a parare altrove. Questo è quello che volevano e potevano offrirci. Peccato, perché una simile abilità tecnica poteva essere asservita a ben altri script.

La costruzione della tensione e del mistero, ad esempio, è eccellente: nel primo tempo veniamo investiti da diversi interrogativi, segnali sospetti, linguaggi oscuri, oggetti esoterici, ma tutta questa materia si dissolve infine in una rivelazione che non dà soddisfazione. La risoluzione è molto più prevedibile degli indizi disseminati qua e là. Sono sempre i soliti alieni, senza particolari filigrane, messaggi, implicazioni, visioni, obiettivi, cause. Gli alieni, punto. Il film introduce solo qualche piccola variazione sul tema, come gli avatar in forma di animale e gli artefatti che alterano la realtà.

E quando, dopo infinite rincorse, gli alieni vorrebbero parlarci, ecco lo schermo nero e i titoli di coda. Eh no! Così non vale. Qui manca il coraggio della visione. Se vado al cinema a vedere un film sugli alieni voglio sognare, voglio perdermi in un altrove, voglio viaggiare come nel finale metafisico di "Odissea nello spazio", voglio perdere la cognizione del tempo come in "Interstellar", voglio friggermi il cervello con i dilemmi linguistici di "Arrival".

Che me ne importa degli inseguimenti in automobile nelle campagne intorno a Kansas City?

Insomma, signor Spielberg, quello che ci mostra è un po’ poco per un genere così frequentato anche da altri autori. Forse si è dimenticato che non c’è solo lei a parlare di extraterrestri, e nel frattempo altri registi hanno osato molto di più.

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Riassunto del Bot

Il ritorno di Spielberg alla fantascienza con Disclosure Day risulta poco innovativo e privo di magia. La storia appare telefonata, troppo lineare e ricca d’azione, ma priva di profondità. Gli alieni diventano solo un pretesto per inseguimenti, lasciando poco spazio alla riflessione. Il film si perde in stereotipi senza osare davvero. Una regia tecnica impeccabile, ma sprecata su una sceneggiatura debole.

Steven Spielberg

Regista, produttore e sceneggiatore statunitense nato a Cincinnati nel 1946. Autore di classici come Lo Squalo, E.T., la saga di Indiana Jones, Schindler’s List e Salvate il soldato Ryan; cofondatore di Amblin Entertainment e DreamWorks.
37 Recensioni

Altre recensioni

Di  sanvalentino3

 Disclosure Day, un’opera fuori tempo massimo.

 Rimane allo spettatore un misto di noia e perplessità di fronte alla tesi del film: Ci Hanno Nascosto Tutto!